Oil and wood on panel - 185 x 154.7 cm - Alte Pinakothek, Monaco, Germania
Quæris quo iaceas post obitum loco?
Quo non nata iacent.
Ti domandi dove sarai dopo la morte ?
Dove sono i non nati.
: : Seneca, Troades, 407-8 : :
Lucio Anneo Seneca fu costretto al suicidio nel 65 d.C. per ordine dell'imperatore Nerone, con l'accusa di essere coinvolto nella congiura dei Pisoni.
Nerone inviò i suoi soldati (i pretoriani) a Seneca per intimatogli di togliersi la vita. Di fronte alla condanna, il filosofo affrontò l'evento in linea con i principi della sua filosofia.
Per Seneca e lo stoicismo, il suicidio non era un atto di viltà o una fuga impulsiva, ma il gesto estremo di libertà dell'individuo.
La vita non è un bene assoluto in sé; lo è piuttosto il vivere bene. Quando la vita diventa una prigione o un'impossibilità di esercitare la virtù, il saggio ha la facoltà (e talvolta il dovere) di aprire "l'uscita". Nelle Epistulae ad Lucilium riassume questo concetto:
"Il saggio vivrà quanto a lungo gli compete, non quanto più può".
Secondo la narrazione di Tacito, Seneca cercò di darsi la morte per dissanguamento, ma le sue condizioni fisiche e l'età avanzata resero il processo estremamente lento e difficoltoso.
La moglie manifestò l'intenzione di condividere il medesimo destino, ma l'intervento dei soldati di Nerone impedì il compimento del suo gesto, ordinando che le venissero prestate cure mediche immediate.
Per accelerare la fine, il filosofo ricorse all'assunzione di cicuta, richiamando simbolicamente la celebre condanna di Socrate. Anche questo tentativo non sortì l'effetto sperato nelle sue condizioni; la morte sopraggiunse infine per soffocamento in un ambiente riscaldato da vapori.





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