giovedì 3 settembre 2026
Pensierino della sera di Rosario Artesi
Gerda Wegener [Pittrice e illustratrice danese, 1886-1940]
Durante gli anni della prima guerra mondiale e nel periodo immediatamente successivo, Gerda Wegener e la sua compagna Lili Elbe vissero principalmente in Francia. Come molti altri artisti e intellettuali dell'epoca, frequentavano le coste oceaniche per ritrovare ispirazione e beneficiare del clima marittimo. La suggestione delle spiagge, delle leggende costiere e dell'oceano ad Arcachon ha ispirato direttamente la pittrice nella creazione di questa splendida e sensuale fantasia marina.
Il dipinto fonde l'eleganza fluttuante dell'Art Nouveau con le prime geometrie e la raffinatezza dell'Art Deco. La composizione ovale racchiude le figure in linee curve e morbide, che richiamano il movimento sinuoso delle onde e dei capelli.
Il testo in calce all'illustrazione è un ironico e arguto componimento in rima in lingua danese. Gioca sul mito classico della sirena per fare dell'arguta ironia sulla vera natura delle donne.
Ecco la trascrizione esatta del testo visibile nell'immagine, diviso nelle due colonne:
Colonna di sinistra: Om Havfruevæsenerdet Sagn sig spinder,at halvt er som Fisk deog halvvejs som Kvinder.Colonna di destra:Men drejer om Pyntensig deres Tale,er helt de Kvinderfra Hoved til Hale.G. K.
Colonna di destra: Men drejer om Pyntensig deres Tale,er helt de Kvinderfra Hoved til Hale.
Sulle creature marine (le sirene)si intreccia la leggenda che siano per metà come pesce per metà come donne. Ma quando le si ascolta parlare voltato l'angolo (della scogliera), sono del tutto donne dalla testa alla coda.
Il componimento gioca sul contrasto tra il mito della sirena (creatura ibrida, metà umana e metà pesce) e la realtà quotidiana. L'autore delle rime (firmato G. K.) spiega in modo scherzoso che, sebbene la leggenda descriva le sirene come esseri mitologici e parzialmente bestiali, basta sentirle parlare per rendersi conto che sono "donne al cento per cento, dalla testa ai piedi (o alla coda)" nel loro modo di fare, nel fascino, nella conversazione e nella femminilità. È un tipico esempio delle vignette e delle illustrazioni satirico-erotiche che Gerda Wegener pubblicava sulle riviste dell'epoca (come la celebre rivista danese Blæksprutten o la francese La Vie Parisienne), dove il testo e il disegno si completavano a vicenda con una forte dose di malizia, eleganza e umorismo d'avanguardia.
John Everett Millais [English Pre-Raphaelite Painter, 1829-1896]
Questa illustrazione venne originariamente pubblicata sulla rivista letteraria vittoriana Once a Week nel 1868 per accompagnare un testo dell'epoca (successivamente ristampata anche in raccolte dedicate alle migliori illustrazioni degli anni '60 dell'Ottocento).
Lo scheletro non è solo la personificazione della Morte, ma rappresenta un predatore invisibile. A differenza della tradizionale falce (che evoca il mietere un raccolto giunto a maturazione), l'arco e le frecce simboleggiano un colpo improvviso, letale e scagliato da lontano. La Morte non sta colpendo una persona specifica in un corpo a corpo, ma lancia i suoi dardi verso un intero insediamento. Questo evidenzia la natura casuale e inevitabile della fine, che può colpire chiunque in qualsiasi momento, distruggendo la sicurezza materiale delle comunità umane.
Nel contesto vittoriano, l'incendio delle proprietà simboleggiava la futilità dell'accumulo di ricchezze e della ricerca di potere terreno: di fronte alla Morte, persino le fortezze di pietra e le istituzioni umane bruciano come paglia.
Kawase Hasui [Japanese, 1883-1957] / Fujiwara No Toshinari
Elmer W. Greene, Jr. [American, 1907-1964]
Non importa quanto tu sia bravo, puoi sempre essere sostituito.
Matthias Bechtold [Germany, 1886-1940]
Fauni e ninfe rappresentano una delle unioni mitologiche più celebri e affascinanti dell'antichità classica, incarnando l'essenza stessa della natura primordiale, della libertà e del desiderio selvaggio. Mentre i fauni (divinità romane della campagna e dei greggi, assimilati ai satiri greci) simboleggiano la forza istintuale, selvaggia e a tratti animalesca, le ninfe sono spiriti divini femminili associati all'anima pura degli elementi naturali, come boschi, fonti e montagne. Nel mito e nell'arte, l'incontro tra queste due figure dà vita a una danza perenne tra grazia e istinto, che ha ispirato pittori e scultori di ogni epoca.
Charles Soubre [Pittore belga, 1821–1895]
James Ensor [Belgian Expressionist Painter, 1860-1949]
Bomarzo
Louis Loeb [American, 1869–1935]
Graham Annable [Fumettista e animatore canadese, b. 1970]
Cormac McCarthy
: : Cormac McCarthy, La strada : :
Casula liturgica
Robert Doisneau
Martin van Maële [Artista e illustratore francese, 1863-1926]
Albert Pierre René Maignan [Pittore e illustratore francese, 1845 - 1908]
mercoledì 2 settembre 2026
Pensierino della sera mio
Strappa e sputa sulla bandiera a Firenze,
Piantedosi: "Ha offeso Tricolore, sarà espulso"
Come Umberto Bossi...
Piantedosi dovrebbe ricordarsi che proviene da un partito al limite della costituzione.
Pensierino della sera di Agostino Sella
Mio padre si chiamava Rosario. Classe 1934.
Ha lavorato alla SIACE, una cartiera.
Sera dopo sera, dopo il turno, andava nella sede del Partito Socialista.
Si sedeva.
Litigava con i compagni.
Poi tornava a casa, cenava e la mattina dopo era di nuovo in cartiera alle 5:45.
Mio suocero Nunzio, classe 1935, faceva l’operaio allo stabilimento petrolchimico di Gela.
Ancora oggi, a 91 anni, legge un libro a settimana.
Anche lui, dopo il lavoro, ogni sera, nella sede del sindacato.
Stessa cosa.
Come mio padre.
Quella era una classe.
Nel senso pieno: aveva un sindacato, un partito, una sede dove andare la sera.
Aveva la promessa che il figlio avrebbe fatto meglio.
Si costruiva la casa, aveva la pensione certa, il salario che saliva ogni anno.
Oggi non c’è più.
Non c’è più quella classe e, soprattutto, non ci sono più quei luoghi.
L’operaio esiste ancora.
Il precario esiste.
L’artigiano esiste.
Il piccolo commerciante esiste.
Ma sono rimasti soli.
Una volta finito il lavoro, mio padre incontrava altre persone.
Discuteva.
Leggeva il giornale.
Ascoltava chi ne sapeva più di lui.
Magari diceva una stupidaggine e qualcuno gli rispondeva: «Rosario, ma che minchia stai dicendo?».
E cominciava una discussione.
Era politica.
Ma era soprattutto formazione popolare.
Oggi torni a casa stanco, accendi la televisione. Rete 4, un reality, un talk show.
Poi prendi il telefonino.
Facebook.
TikTok.
Un video di trenta secondi.
Una fake news.
Un titolo che non leggerai mai fino in fondo.
E piano piano accade una cosa molto pericolosa: meno sappiamo, più siamo convinti di sapere tutto.
E qui bisogna capirci sul significato di una parola.
Ignorante non significa stupido.
Ignorante viene da ignorare: non conoscere, non sapere.
Tutti siamo ignoranti su qualcosa.
Il problema nasce quando non sappiamo, non approfondiamo, non studiamo più, ma siamo convinti di avere comunque una risposta su tutto.
È questa l’ignoranza generale di cui parlo.
Ed è qui che nasce il terreno perfetto per uno come Vannacci.
Non perché tutti quelli che lo votano siano stupidi.
Sarebbe una spiegazione troppo comoda.
Vannacci ha capito una cosa molto più importante: a una società arrabbiata, impoverita e culturalmente sola non devi spiegare la complessità.
Puoi raccontargli balle e parlargli per slogan.
E poi dagli un colpevole.
Non arrivi a fine mese?
Il problema sono gli immigrati.
Hai paura del futuro?
Il problema è l’Europa.
Il mondo sta cambiando troppo velocemente?
Il problema sono i gay, le femministe, quelli che vogliono cambiare la famiglia.
È semplicissimo.
E infatti la parola magica diventa remigrazione.
Sembra una soluzione semplice.
Ma la politica vera comincia esattamente un minuto dopo lo slogan.
E, per un minuto, facciamo persino finta che i diritti umani non esistano.
Quante persone?
Verso quali Paesi?
Con quali accordi?
Quanto costa?
Cosa consentono le leggi italiane ed europee?
Cosa fai con chi lavora nelle nostre campagne, nelle fabbriche, negli alberghi, nelle case dei nostri anziani?
Queste domande sono complicate.
“Remigrazione” invece è una parola sola.
Lo stesso meccanismo funziona sui gay.
Vannacci sostiene di non capire perché un orientamento sessuale debba «dare luogo a diritti» e dice che i gay in Italia avrebbero già tutti i diritti.
Anche qui: semplice.
Il problema è che una società non si governa dividendo continuamente le persone in base al loro orientamento sessuale o tra italiani e stranieri.
Si governa affrontando i problemi veri.
Il salario.
La casa.
La sanità.
La scuola.
Le pensioni.
Il lavoro dei giovani.
La sicurezza.
Il futuro.
Ed ecco il paradosso.
Mio padre, operaio della cartiera, probabilmente aveva studiato molto meno di tanti di noi.
Ma ogni sera faceva politica.
Discuteva.
Ascoltava.
Si confrontava.
Aveva un luogo nel quale qualcuno poteva persino dirgli che aveva torto.
Oggi abbiamo una laurea in tasca, uno smartphone con dentro tutta la conoscenza del mondo e rischiamo di essere culturalmente più soli di mio padre nel 1970.
Per questo il problema non è Vannacci.
Il problema è il vuoto che permette a Vannacci di funzionare.
Quando spariscono i partiti, i sindacati, le sezioni, le associazioni, le parrocchie, i circoli e tutti quei luoghi nei quali le persone imparavano a discutere insieme, quel vuoto non rimane vuoto.
Lo riempie qualcun altro.
E sui social vince quasi sempre chi urla più forte.
Mio padre tornava dalla cartiera stanco e andava a discutere di politica.
Noi torniamo stanchi, prendiamo il telefonino e dopo trenta secondi un algoritmo ha già deciso chi dobbiamo odiare.
Forse il problema dell’Italia comincia proprio da qui.

















































