Sul palco della mobilitazione di ieri a New York l'attore ha accusato apertamente l'amministrazione Trump e i suoi sostenitori di voler ostacolare l'esercizio democratico. De Niro ha sintetizzato la situazione affermando: "Non riescono a ottenere il sostegno degli elettori, e allora cosa fanno? Provano a portarci via i nostri voti".
La risposta alle minacce federali e militari: La protesta è scattata in reazione alle recenti dichiarazioni di Trump, il quale si è rifiutato di escludere il ricorso all'Insurrection Act (l'Atto anti-insurrezione) e allo stato di emergenza per controllare i seggi elettorali. Per De Niro e gli organizzatori della mobilitazione, queste mosse rappresentano un tentativo illegittimo di intimidazione e di controllo federale sul voto.
I sondaggi d'opinione registrano un calo significativo della popolarità di Trump, con un tasso di disapprovazione che oscilla tra il 50% e il 60%. Più della metà degli americani (il 55% secondo le rilevazioni NBC) ritiene che le sue politiche abbiano danneggiato l'economia. I cittadini risentono fortemente del caro vita, dell'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità al supermercato e dell'impennata dei costi della benzina (saliti di oltre il 30%).
A gravare sul clima economico e sociale vi sono i contraccolpi del conflitto geopolitico in Iran e l'impatto economico dei dazi doganali, come quelli verso il Canada, che hanno aumentato la pressione sulle spese delle famiglie americane. Inoltre, le forti tensioni ideologiche sono alimentate da riforme polarizzanti sul controllo del voto (come le restrizioni sul voto per corrispondenza).
Con le elezioni di novembre ormai alle porte, i sondaggi indicano il rischio concreto per il Partito Repubblicano di perdere il controllo della Camera dei Rappresentanti a favore dei Democratici. La perdita del Congresso esporrebbe l'amministrazione a continue indagini parlamentari e mandati di comparazione (subpoenas).
In questo contesto di forte vulnerabilità politica, gli analisti interpretano il rifiuto di Trump di escludere l'uso dell'Insurrection Act come un segnale di profonda apprensione interna per l'esito del voto e come una possibile contromisura per mantenere il controllo politico.
La tendenza di Donald Trump a non accettare passivamente una sconfitta elettorale è un elemento centrale della sua strategia politica.
Attraverso i suoi canali social (come Truth Social), Trump ha intensificato gli attacchi contro la regolarità del sistema elettorale americano, definendo il processo di voto "corrotto". Ha paragonato la lentezza del conteggio dei voti in alcune città statunitensi a quella di altri Paesi, sostenendo – senza fornire prove – che i ritardi vengano utilizzati per truccare i risultati.
Il Dipartimento di Giustizia (DOJ) sotto la sua amministrazione ha avviato una serie di azioni legali e inchieste mirate sul voto dei non cittadini in vari Stati (come in Minnesota e Utah). Sebbene studi indipendenti dimostrino che il fenomeno sia estremamente raro, la macchina governativa viene impiegata per convalidare politicamente le affermazioni di Trump sull'esistenza di presunte vulnerabilità del sistema.
Trump ha paventato l'intenzione di esercitare un controllo federale sulle procedure di voto (tradizionalmente gestite a livello statale), proponendo la "nazionalizzazione" delle regole elettorali in diverse aree ritenute a rischio irregolarità. A questo si aggiungono le recenti tensioni legate al rifiuto di escludere il ricorso allo stato di emergenza nazionale o all'Insurrection Act per motivi di sicurezza nei seggi.