sabato 19 settembre 2026
Nozawa Bonchō / Utagawa Hiroshige
La città è pervasa dal profumo delle cose e dalla luna estiva
: : Nozawa Bonchō : :
In una sera d'estate, le finestre e le porte delle case di città sono spalancate per sfuggire al caldo. Una brezza tiepida porta con sé i profumi di pesce alla griglia e di piatti stufati della cena. È l'odore tipico della gente comune, il profumo della vita di tutti i giorni. Alzando lo sguardo, la luna è sorta, fresca e rigenerante. È bellissimo. In momenti come questi, persino l'odore della città diventa una delizia.
Odd Nerdrum [Norwegian figurative painter, b. 1944]
Daniel Abodunrin
Purtroppo non esistono, nel web, immagini o illustrazioni, ne del protagonista, ne dell'episodio che segue.
Julie Dillon [Artista americana, b.1982]
Ara Güler [Fotografo turco, di origini armene, soprannominato "l'occhio di Istanbul", 1928-2018]
Paul Vincent Woodroffe [British book illustrator and stained-glass artist born India, 1875–1954]
Ariel, per volere del mago Prospero, fa credere a Ferdinando che suo padre, il re di Napoli, sia annegato nel naufragio. Al centro della scena, su un trono sottomarino, siede la personificazione della morte (o il corpo del re stesso ormai scheletrizzato), avvolta in un mantello scuro. Attorno alle sue membra e alle sue ossa crescono rami di corallo rosso, proprio come recitano i versi della commedia. Sulla destra, splendide ninfe marine e creature dell'oceano nuotano attorno alla figura, assistendo alla magica e malinconica metamorfosi subacquea del corpo in tesori marini (le ossa in corallo, gli occhi in perle).
Raffaellino de' Capponi, noto come Raffaelino del Garbo [Italia, 1476–1524]
Madonna con il Bambino in trono fa parte della celebre Pala Segni, un'opera d'arte rinascimentale custodita all'interno della Basilica di Santo Spirito a Firenze, precisamente come arredo della Cappella Segni. Lo stile del dipinto evidenzia la grazia tipica del Rinascimento fiorentino, con una minuziosa cura nella resa delle trasparenze dei veli, della delicatezza dei volti e delle decorazioni dorate che ornano lo scranno monumentale alle spalle della Vergine.
venerdì 18 settembre 2026
Marguerite Yourcenar
Claude Monet
L'orribile verità (The Awful Truth, 1937, diretto da Leo McCarey)
ore 12:00 - momento zen: Ewald Volhard, Il cannibalismo
Gastrosofia cannibali e gourmet
Dio solo sa che cosa abbia indotto Giulio Einaudi a pubblicare nel giugno del 1949, in un'Italia che stentava ancora a far quadrare il pranzo con la cena, un libro di seicento e passa pagine sull'antropofagia scritto dieci anni prima, nella Germania hitleriana, da un giovane studioso che sarebbe morto nell'immane orgia cannibalica della guerra. Fatto sta che Il cannibalismo di Ewald Volhard, allievo di Leo Frobenius, era e rimane tuttora il più ampio, minuzioso e documentato repertorio sugli usi antropofagici basato su testimonianze dirette di esploratori, missionari ed etnologi.
Grazie a questo libro sappiamo tutto quel che c'è da sapere sulle popolazioni che praticavano il cannibalismo, sulle circostanze in cui veniva esercitato, sui rituali che lo accompagnavano, nonché sulle sue differenti tipologie: dal cannibalismo di guerra, a spese dei nemici sconfitti, a quello "giuridico", a scapito dei criminali condannati a morte; dal cannibalismo magico-religioso a quello parentale, encomiabile atto di pietà verso i propri cari defunti illustrato già da Erodoto; fino alle manifestazioni, relativamente rare, di cannibalismo profano.
Se la carne umana sia più o meno buona di altre carni, è questione controversa e di difficile soluzione, e non solo per banali ragioni pratiche. Come si usa dire in questi casi, sui gusti non si discute. Per alcune popolazioni non c'era sostanziale differenza: "La carne è carne" chiosa Volhard.
Anche su quale fosse la parte migliore - il cosiddetto "boccone del prete" - c'era disparità di vedute. Per i Babufuk e le altre tribù del Niger erano una leccornia le palme della mano; per i Warega i piedi e gli intestini; per i nativi della Nuova Guinea il cervello; per gli aborigeni del fiume Herbert il grasso intorno ai reni, considerato "un cibo leggero e rinforzante"; per gli antichi Tartari, a detta di John de Mandeville, le "orecchie condite con aceto"; per gli indigeni del Nissan i lombi; per i Wasongola e numerose altre popolazioni antropofaghe le mammelle femminili. Di queste pare fossero avidi anche gli Unni che, stando ad Americo Scarlatti, serbavano per Attila "le più tenere e delicate, quelle cioè delle fanciulle". Un paio di ragazze alla settimana, per consumarne solo le poppe, faceva macellare, nel suo piccolo, anche un capo di Aoba.
Era opinione largamente diffusa che la carne più pregiata fosse proprio quella delle giovinette o, in mancanza, quella dei giovani schiavi castrati. I sovrani non si facevano mai mancare tagli pregiati di ragazze ingrassate allo scopo. Il re dei Baja non mangiava altro. Un capo degli Jaga, che ne andava ghiottissimo, ne sacrificò almeno un centinaio. I Bangala raccontavano la dolorosa storia di un loro re che, benché ricco sfondato, si era ridotto in miseria "a furia di comprare tante graziose e grasse giovani femminucce per mangiarle".
Quanto alla provenienza delle carni o - come si usa dire oggi - alla "filiera", tutti i cannibali gourmands concordano sulla qualità decisamente mediocre di quella dei bianchi. Come ai volatili da cortile sono da preferirsi quelli bradi, - spiega Alberto Cougnet sulla scorta di Karl Lumholtz - così "la squisitezza o haut goût delle carni è sempre più pronunziata nella selvatica". Né è da stupirsi che la carne della razza gialla sia quella tenuta in maggior pregio, "avvegnaché i Chinesi si nutrono quasi esclusivamente di riso, mentre i bianchi, oltre all'essere onnivori, le loro carni sono sempre impregnate di esalazioni di tabacco e di acquavite", donde la necessità di sottoporli preventivamente "ad un regime di gavage come le oche di Strasburgo".
Con le puntuali osservazioni di Cougnet, frutto di competenze alimentari di prim'ordine, contrastano le scarne annotazioni di Volhard, che sbriga il lato culinario della faccenda asserendo che "la preparazione della carne umana non si distingue necessariamente da quella di altri generi di carne". Possiamo, con un po' di fatica, estrapolare tre misere "specialità": lo schiavo frollato per un giorno in acqua corrente, eviscerato e imbottito di banane, piatto tipico dei Bangala; la cottura in una buca scavata nel terreno e foderata di profumate foglie di kata, praticata dai Binbinga; l'affumicatura della carne umana da parte dei Mangbettu, dei Badinga, dei Bangala e altri ancora.
Ragazze palestinesi che giocano nella neve
Thomas Worlidge
Solomon Joseph Solomon [British Classicist Painter, 1860-1927]
giovedì 17 settembre 2026
Pensierino della sera di @lamagabaol
Tra 80 anni uscirà un film a Hollywood che si chiamerà "Gaza", vincerà 11 oscar e tutto il mondo dirà che una roba del genere non dovremmo più permettere che accada, ma nessuno sarà in grado ancora di definire il colpevole perchè il governo israeliano sarà il proprietario delle nostre capsule individuali ad atmosfera protetta e termoregolate.
Lilian Gloag [Inglese, 1865–1917]
Andy Goldsworthy [Artista e fotografo inglese, b.1956]
Michal Vexler





















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