Nata in Polonia ma cresciuta nella Russia dello zar, in famiglia le hanno insegnato fin da bambina di essere una creatura meravigliosa.
Nulla a che vedere dunque con il collettivismo della Rivoluzione d’Ottobre: Tamara, giovane sposa di un sostenitore dello Zar, fugge in Europa.
Indirizzata verso l’arte del pennello dalla sorella, produce quadri che sono esaltazione dell’individualismo, in perfetta linea con il fascismo verso il quale simpatizza ma senza che sopraggiunga mai un vero e proprio “matrimonio”.
Matrimonio negato non tanto per il vivere dissoluto dell’artista, non per l’uso smodato di cocaina, non per gli amori per Saffo, non per il passaggio dall’un letto all’altro, non per il divorzio dal primo marito che l’abbandona.
Tutti fatti che pongono Tamara ben oltre il limite lecito della morale corrente all’epoca, ma agli artisti (e a molti gerarchi), si sa, il fascismo concedeva questo ed altro.
Il vero grave problema è il padre, della Tamara.
Ebreo.
Così la bella artista viene espulsa dalla Germania e fugge dalla Polonia il giorno prima dell’invasione dei carrarmati tedeschi.
Italia e Francia sono invece generose con lei e la sua arte ma il progetto di una villa principesca in quel del lago di Como naufraga prima che il primo mattone possa essere posato.
Le terre d’Europa si fanno sempre più strette per l’artista, così sul finire degli anni trenta la bella Tamara deve volare negli Stati Uniti, in dorato esilio [ come ben rappresenta in una tela, “fuga”, che suona condanna ai venti di guerra generati dalle follie hitleriane e che al tempo stesso, di fatto, segna il definitivo divorzio dalle urla all’invasione delle terre di là dal mare delle italiche piazze di nero vestire ].
Regina dell’art déco, incarna dunque lo spirito dell’èlite borghese degli anni venti e trenta già di suo ben rappresentato dal sommo Vate, quel Gabriele d’Annunzio che pone l’esaltazione dell’individualismo al servizio delle camicie nere e della dittatura fascista e che lei, la Tamara, invano supplicherà di concedersi ai suoi colori.
Ma si badi bene.
In ogni caso la Tamara non è un riferimento politico, non si iscrive al partito delle pasionarie che combattono per un ideale, qualunque esso sia.
Non è femminista, non combatte per la liberazione della donna anche se rappresenta (nell’arte come nella vita) un modello di donna emancipata: che veste alla cavallerizza con lo sguardo dominatore, che esalta il proprio corpo nell’amore lesbico, che s’accompagna a uomini immortalati nel loro essere tronfi e dandy ma quasi privi d’anima, una donna insomma che alla fine addirittura [eresia delle eresie ] guida l’automobile!
In realtà è difficile essere donna, secondo il pensiero profondo della Tamara che al pomeriggio trovavamo semi nuda in un bordello per lesbiche e marinai ubriachi a Cannes e alla sera ingioiellata ospite d’onore nella Ville Lumière.
”Difficile essere donna in questo mondo”, diceva.
“Per sopravvivere devi usare corpo e sessualità”.
Nulla di radicalmente nuovo alla luce del sole, dunque; ancora oggi ci insegnano (i discendenti dei sovrani in testa) che corpo e sessualità spesso aiutano in tutti i campi.
La bella e sensuale Tamara non ha esitato a vivere, in questo senso, una vita da protagonista diventando, specie nel dopoguerra, famosa più per il suo essere personaggio mondano [ alla Greta Garbo, per intenderci ] piuttosto che per i fasti della sua arte pittorica.
Risulta alla fine innegabile il fascino di una vita divisa tra genio e sregolatezza che, per una volta, non hanno portato al suicidio o al sacrificio ma che anzi la contessa Tamara de Lempicka ha saputo condurre e governare fino alla non indifferente età di ottandue anni (e chissà se questa mancata morte bruciata al rogo sull’altare dell’arte maledetta sia il solco che divide l’essere “semplicemente” famosa rispetto all’essere icone, all’essere assurte al rango di miti al prezzo della vita come nel caso di Marilyn Monroe o di Janis Joplin).