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martedì 27 gennaio 2026
sabato 20 settembre 2025
Una donna viene torturata con il fuoco dall'Inquisizione spagnola
autore sconosciuto
Un immagine dell'Inquisizione spagnola di una donna torturata col fuoco (1879)
.
L'Inquisizione spagnola fu istituita dai monarchi cattolici Ferdinando II e Isabella I nel 1478.
Il suo scopo era quello di mantenere l'ortodossia cattolica nei loro regni
e di sostituire l'Inquisizione papale (medievale), che era sotto il controllo del Vaticano.
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venerdì 19 settembre 2025
Guantanamo ai tempi del colera
autore sconosciuto
Un immagine dell'Inquisizione spagnola di un uomo che subisce un waterboarding (1879)
.
L'Inquisizione spagnola fu istituita dai monarchi cattolici Ferdinando II e Isabella I nel 1478.
Il suo scopo era quello di mantenere l'ortodossia cattolica nei loro regni
e di sostituire l'Inquisizione papale (medievale), che era sotto il controllo del Vaticano.
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giovedì 18 settembre 2025
Una donna viene torturata con il fuoco dall'Inquisizione spagnola.
autore sconosciuto
Un immagine dell'Inquisizione spagnola di una donna che viene torturata con il fuoco (1879)
.
L'Inquisizione spagnola fu istituita dai monarchi cattolici Ferdinando II e Isabella I nel 1478.
Il suo scopo era quello di mantenere l'ortodossia cattolica nei loro regni
e di sostituire l'Inquisizione papale (medievale), che era sotto il controllo del Vaticano.
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giovedì 26 ottobre 2023
Impiccagione di una contadina dichiarata posseduta dai demoni dall'inquisizione
Hanging of a farm woman declared by the inquisition to be possessed by demons
Rappresentatione della Passione, Florence (1520)
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venerdì 6 ottobre 2023
Nato con la camicia!
"Nascere con la camicia" si riferisce a un evento molto raro che accade nel momento del parto. La camicia è metafora della placenta.
In una nascita su 80.000 accade che il bimbo venga al mondo totalmente avvolto nel sacco amniotico o con dei suoi frammenti attaccati alla pelle, spesso sulla testa.
Ma perché nascere con la placenta porterebbe fortuna? «Perché il ventre materno è simbolo di protezione. Quindi, il fatto che il sacco amniotico accompagnasse il neonato alla nascita sembrava poterlo proteggere per tutta la sua vita».
I Benandanti
Dal punto di vista storico, è interessante sapere che a metà del Cinquecento in Friuli si sviluppò una setta, probabilmente eretica di appartenenti a un culto semi-cristiano: i Benandanti.
Ma perché nascere con la placenta porterebbe fortuna? «Perché il ventre materno è simbolo di protezione. Quindi, il fatto che il sacco amniotico accompagnasse il neonato alla nascita sembrava poterlo proteggere per tutta la sua vita».
I Benandanti
Dal punto di vista storico, è interessante sapere che a metà del Cinquecento in Friuli si sviluppò una setta, probabilmente eretica di appartenenti a un culto semi-cristiano: i Benandanti.
Erano individui che dicevano di essere nati con la camicia e che si misero insieme per combattere le streghe. Cento anni dopo, però, furono loro stessi a essere tacciati di stregoneria dall'Inquisizione».
da: nostrofiglio.it
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mercoledì 1 febbraio 2023
4 🐱 → 4
Teresa ha gli occhi secchi
guarda verso il mare
per lei figlia di pirati
penso che sia normale
Teresa parla poco
ha labbra screpolate
♪ mi indica un amore perso
a Rimini d'estate.
♫ Lei dice bruciato in piazza
dalla santa inquisizione
forse perduto a Cuba
nella rivoluzione
o nel porto di New York ♫
nella caccia alle streghe ♫
oppure in nessun posto
ma nessuno le crede.
Rimini, Rimini
♪ E Colombo la chiama
dalla sua portantina
lei gli toglie le manette ai polsi
gli rimbocca le lenzuola
"Per un triste Re Cattolico - le dice -
ho inventato un regno
e lui lo ha macellato
su di una croce di legno.
♫ E due errori ho commesso
due errori di saggezza
abortire l'America
e poi guardarla con dolcezza
ma voi che siete uomini
sotto il vento e le vele
♫ non regalate terre promesse
a chi non le mantiene ".
Rimini, Rimini
Ora Teresa è all'Harrys' Bar
guarda verso il mare ♪
per lei figlia di droghieri
penso che sia normale
♪ porta una lametta al collo
è vecchia di cent'anni
di lei ho saputo poco
ma sembra non inganni.
"E un errore ho commesso - dice -
un errore di saggezza
♫ abortire il figlio del bagnino
e poi guardarlo con dolcezza
ma voi che siete a Rimini
tra i gelati e le bandiere
non fate più scommesse ♪
sulla figlia del droghiere". ♫
Fabrizio de André
Rimini
lunedì 19 dicembre 2022
L’Inquisizione spagnola
Jacob Truchsess - Rogo di streghe del 1587
collezione Wickiana
.
L’Inquisizione spagnola fu l'inquisizione che ebbe luogo in Spagna sotto il controllo dei re spagnoli. Essa fu la più grande, sanguinosa e repressiva inquisizione di tutta Europa, e fu il risultato della politica di conversione dei musulmani e degli ebrei al Cristianesimo. L'Inquisizione fu anche un importante mezzo per rinforzare la "limpieza de sangre", sempre contro i discendenti di musulmani ed ebrei o streghe e per colpire oppositori politici e confiscare patrimoni dei condannati a favore dell'erario reale.
Juan Antonio Llorente, inquisitore madrileno, fa una stima dei condannati dall'Inquisizione spagnola dal 1481 al 1808. I numeri dei condannati, "abbruciati in persona, abbruciati in effigie e condannati alla reclusione" sono molto alti: si tratta precisamente di 343.522 condanne alle diverse pene. Di questi, 34.382 furono bruciati sul rogo. Circa 1/3, precisamente 10.220, furono giustiziati tra il 1481 e il 1498 durante il periodo dell'inquisitore Tomás de Torquemada.
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martedì 6 aprile 2021
L'odio per i gatti nel medioevo
Papa Innocenzo VIII (1484-1492) scomunicò ufficialmente tutti i gatti. Nella sua bolla papale Summis desiderantes, emanata nel 1484, istigò misure molto severe nei confronti di maghi e streghe in Germania,si dichiarò aperta aperta la caccia alle streghe e, a quei tempi, ogni persona che veniva vista in compagnia di un gatto o nutrire un gatto era accusata di tale crimine. Moltissime persone persero la vita e vennero orrendamente bruciate e condannate per crimini che non avevano commesso.
Tempi duri per gli amanti dei gatti. I principi da lui enunciati vennero in seguito incorporati nel famoso Malleus Maleficarum (noto anche con il nome di Martello delle Streghe), il libro più ignobile utilizzato dalla Santa Inquisizione. Pubblicato per la prima volta nel 1486 in esso vi erano elencati tutti i sintomi e le caratteristiche che bastavano per far sospettare una donna di stregoneria.
Il prendersi cura di uno o più gatti neri era motivo sufficiente per finire sul rogo. Anche il possesso di scope era fortemente sospetto perchè la pulizia era considerata disdicevole per l’epoca (da qui l’iconografia classica della strega con la scopa). Durante il Medioevo, infatti, furono distrutte tutte le strutture sanitarie pubbliche costruite dai Romani e molti medici finirono sul rogo perchè vi si opposero. Venne abolita l’usanza di fare il bagno e di lavarsi, le case e le città diventarono delle fogne a cielo aperto.
Il prendersi cura di uno o più gatti neri era motivo sufficiente per finire sul rogo. Anche il possesso di scope era fortemente sospetto perchè la pulizia era considerata disdicevole per l’epoca (da qui l’iconografia classica della strega con la scopa). Durante il Medioevo, infatti, furono distrutte tutte le strutture sanitarie pubbliche costruite dai Romani e molti medici finirono sul rogo perchè vi si opposero. Venne abolita l’usanza di fare il bagno e di lavarsi, le case e le città diventarono delle fogne a cielo aperto.
San Francesco, uno dei più grandi Santi che annovera la chiesa, agì in contrapposizione rivalutando il creato e gli animali viventi senza distinzione, ma rimase un caso isolato.
Tuttavia non tutti nel medioevo odiavano i gatti: nel mondo islamico, ad esempio, i gatti erano molto apprezzati, basti pensare che nelle città del Medio Oriente esistevano addirittura associazioni di beneficenza per la cura dei gatti di strada. Una predilezione che affonda le sue radici nella tradizione (secondo alcuni antichi racconti Maometto amava i gatti e li trattava bene, e così anche altri profeti musulmani) ma che ha anche significati di carattere culturale e simbolico (un animale attento alla pulizia come il gatto non poteva che distinguersi positivamente rispetto alle altre creature). Un pellegrino europeo reduce da un viaggio nel Medio Oriente individuò nell'amore per i gatti una delle differenze più profonde tra musulmani e cristiani, affermando che "a loro piacciono i gatti, a noi piacciono i cani".
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domenica 24 gennaio 2021
I Benandanti, i guerrieri mistici del Friuli
Un benadante combatte uno stregone, 1528
«Io sono benandante perché vo con gli altri a combattere quattro volte l’anno, cioè le quattro tempora, di notte, invisibilmente con lo spirito e resta il corpo; et noi andiamo in favore di Christo e li strigoni del Diavolo, combattendo l’un con l’altro, noi con le mazze di finocchio et loro con le canne di sorgo.»
Testimonianza resa da Battista Moduco, detto “Gamba Secura” all’Inquisitore Fra’ Felice da Montefalco, il 27 Giugno 1580. Questa è solo una delle numerose deposizioni fatte in fase di interrogatorio agli Inquisitori incaricati di indagare sulle figure, strane e oscure, che sembrano aver avuto seguito nel nord Italia a metà del XVI secolo.
Chi sono i Benandanti?
Friuli 1560 circa. Un neonato appena uscito dal caldo ventre materno esprime con un vagito la propria esistenza al mondo. La levatrice, la vecchia del paese che ha aiutato tante donne a partorire e tanti neonati a venire alla luce, solleva il corpicino che sgambetta e lo mostra alla madre: «E’ nato con la camicia!» esclama.
Subito un sussurro serpeggia come una preghiera tra i presenti, quasi un ringraziamento.
La donna stacca il sacco amniotico dalla pelle del bambino facendo attenzione a non buttarlo via, poi ripulisce il corpo e alla fine lo consegna alla madre.
La “camicia” verrà conservata dalla levatrice e in futuro sarà benedetta e riconsegnata al legittimo proprietario sotto forma di amuleto, un tratto distintivo del suo fato quale combattente contro le schiere di stregoni a notte fonda.
Questa potrebbe essere una scena avvenuta chissà quante volte e che segna l’inizio della “carriera” dei benandanti, mistici combattenti vissuti nel Friuli a cavallo di due secoli e svaniti dopo che l’Inquisizione li aveva scovati, interrogati, fraintesi e condannati come eretici.
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venerdì 5 giugno 2020
L’inquisizione a Milano: la strage delle streghe
La caccia alle streghe si apre ufficialmente nel 1327, con la Bolla “Super illius specula” di papa Giovanni XXII con la quale viene conferita validità universale alla lotta alla stregoneria tramite l’Inquisizione.
La prima strega giustiziata a Milano in realtà era uno stregone. Si trattava di Gaspare Grassi da Valenza che venne accusato di essere un “pubblico negromante, incantatore di demoni, uomo di eretica pravità e relapso nella abiurata eresia”. La sua esecuzione avvenne il 16 settembre del 1385 davanti a una grande folla.
Il 26 maggio 1390 fu condannata al rogo per stregoneria Sibillia Zanni, seguita due mesi dopo da Pierina de’ Bugatis che confessa di aver partecipato al “gioco di Diana“, che si trattava di un corteo di streghe, stregoni e spiriti infernali, meglio conosciuto come “sabba”, in cui si celebravano riti orgiastici. La condanna viene eseguita nel Broletto Nuovo.
Nel 1484 il papa Innocenzo VIII intensifica la lotta alle streghe e fa redigere il Malleus maleficarum, il più autorevole manuale contro le streghe ad uso degli inquisitori.
Il 13 settembre del 1490 viene bruciata al Broletto Antonia da Pallanza.
Il 13 febbraio 1515 viene bruciata in S. Eustorgio una certa Giovannina.
Il 4 agosto 1517 vengono bruciate sette streghe giudicate colpevoli di aver provocato una terribile tempesta di pioggia su Milano.
Il 24 luglio del 1519 in S. Eustorgio viene bruciata Simona Ostera e nella stessa sede viene bruciata Lucia da Lissono il 21 ottobre del 1542.
Nel 1558 il tribunale dell’Inquisizione di Milano viene trasferito da S. Eustorgio a S. Maria delle Grazie. Con la nomina ad arcivescovo di Carlo Borromeo, le cose non andarono meglio. Nel corso del primo Concilio Provinciale indetto nel 1568 da Carlo Borromeo viene approvato il decreto De magicis artibus, veneficiis divinationibusque prohibitis e il nuovo arcivescovo chiede la cattura di Domenica di Scappi, “denontiata al offitio della sanctissima Inquisitione per stria notoria”.
L’anno seguente in un processo contro 9 presunte streghe Borromeo lottò col senato milanese per farle condannare, ma non ci riuscì.
Ma il periodo peggiore arrivò con l’insediamento di Federico Borromeo nel 1594. Durante il suo episcopato, tra il 1595 e il 1631 a Milano furono bruciate 9 streghe e uno stregone. Il luogo delle esecuzioni era Piazza Vetra. Prima di essere arse sul rogo, le macapitate venivano torturate fino a che non confessavano i loro crimini. Una strega confessò di aver banchettato con il diavolo: «I cibi non erano amari né tanto sgradevoli, ma proprio non avevano quel sapore naturale che sentiamo mangiando comunemente, e che infine ne seguiva disgusto e nausea».
Il 12 novembre 1641 vengono bruciate alla Vetra Anna Maria Pamolea, padrona, e Margarita Martignona, sua serva. Sono le ultime due streghe condannate a Milano.
Nel 1692 nella cittadina di Salem, nella Nuova Inghilterra, si scatena l’ultima grande caccia alle streghe. Si conclude con la condanna a morte di 19 persone.
Nel 1749 col libro di Girolamo Tartarotti “Congresso notturno delle Lammie” e con gli scritti di Scipione Maffei si definisce il fenomeno della caccia alle streghe come “una credenza fantastica, opera di cervelli pazzi e teste strambe“.
Ma c’è ancora un rogo che viene fatto a Milano. Tra giugno e agosto del 1788 vengono bruciati nel chiostro di S. Maria delle Grazie, per volere dell’imperatore Giuseppe II, i documenti relativi all’Inquisizione di Milano, che coprivano il periodo dal 1314 al 1764.
da: milanocittastato
giovedì 14 giugno 2018
L'incontro dei tre vivi e dei tre morti
L'incontro dei tre vivi e dei tre morti
Parte dell'affresco sito nella chiesa di Saint Germain di La Ferté-Loupière, nella Yonne, Francia
L'incontro dei tre vivi e dei tre morti è un soggetto tipico della iconografia della Morte.
L'origine dell'Incontro.
Alcuni storici come Baltrušaitis hanno notato come sia possibile riscontrare nell'Est asiatico una tradizione millenaria di una iconografia dove i defunti ammoniscono i vivi a meditare sulla morte. Nella tradizione letteraria araba il poeta Adi Ibn Zayd (580 d.C.) avrebbe detto a Noman Ben Mondar, re di Hira che cavalcava con lui nei pressi di un cimitero «Che la sventura rimanga lontana da te! Conosci tu il messaggio di questi morti?» e alla risposta negativa del sovrano il poeta enunciava il detto che si ritrova nei più vari monumenti funebri e opere macabre: «Noi fummo ciò che voi siete, voi sarete ciò che noi siamo!». Altri storici preferiscono invece pensare a questa iconografia della morte come una originale caratteristica autoctona comprovata dalla diffusione in Europa dei contemporanei movimenti ereticali pauperistici e in particolare di quello dei catari che facevano oggetto realistico di meditazione i temi della vita e della morte. Inoltre vari eventi concorrono alla diffusione in Europa dell'iconografia della morte: gli ordini mendicanti che predicano al popolo la sorella morte, l'Inquisizione che fa della morte sul rogo strumento di espiazione per l'eretico, la diffusione delle epidemie viste come castigo divino e occasione di espiazione. Nell'età rinascimentale la stessa diffusione del benessere fa nascer negli uomini il contrasto esistenziale tra la necessità di condurre una vita secondo le regole cristiane e il godimento di una vita terrena che fa ritenere la morte non più come il passaggio verso una vita migliore ma una negatività da allontanare il più possibile.
da:wikipedia
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venerdì 20 ottobre 2017
Incontro dei tre vivi e dei tre morti
L'incontro dei tre vivi e dei tre morti è un soggetto tipico della iconografia della Morte.
L'arte macabra medievale cristiana
Per lungo tempo fu presente nella iconografia occidentale antica il tema della raffigurazione della morte raffigurata soprattutto sui vasi come un mostruoso genio malvagio, come un demone femminile alato, come Tanato una figura maschile alata sia nella pittura vascolare che in numerosi rilievi. «Si può ricordare anche la rappresentazione di scheletri con valore simbolico (il teschio simbolico, accompagnato da elementi allegorici, come la ruota, è in un mosaico del Museo Nazionale di Napoli, forse da Pompei).»
Nell'età cristiana il tema della morte era rimasto limitato ai filosofi, alle cerimonie liturgiche e ai predicatori mentre gli artisti lo trattavano quasi esclusivamente nell'arte funeraria. Dalla seconda metà del XIII secolo i pittori riempirono le chiese di raffigurazioni intensamente realistiche della morte. Da notare che le raffigurazioni simboliche o le pitture sacre per i per molti analfabeti del tempo erano la Biblia pauperum, la Bibbia dei poveri: così venivano definiti gli affreschi che sostituivano efficacemente i testi sacri.
Il tema, che presenta spesso numerose varianti locali, rappresentava tre giovani cavalieri in abiti signorili che, nel corso di una cavalcata per la caccia, incontravano tre cadaveri quasi ridotti a scheletri, che li ammonivano dicendo: «Ciò che sarete voi, noi siamo adesso. Chi si scorda di noi, scorda se stesso».
È controverso se la prima descrizione dell'Incontro sia avvenuta in forma pittorica, come sembra attestare la raffigurazione nella Chiesa di Santa Maria Assunta in Atri fin dalla metà del XIII secolo, o poetica ma di certo la narrazione scritta apparve in un racconto del 1275 incluso nell'opera in lingua francese Dits moraux scritto da Baudouin de Condé, un trovatore di Valenciennes, menestrello alla Corte della contessa Margherita II delle Fiandre, il quale ebbe un figlio, Jean de Condé che nel XIV secolo proseguì l'opera del padre componendo poesie d'insegnamento morale.
Altre varianti del racconto aggiungevano che i tre morti si rivolgevano ai tre cavalieri dicendo: «Io fui Papa», «Io fui Cardinale», «Io fui Notaio apostolico»: e poi, tutti assieme annunziavano: «Voi sarete come noi: potere, onore, ricchezza sono vani». I cavalieri terrorizzati fuggivano ma l'apparizione di una croce faceva loro capire di aver ricevuto un'ammonizione dal cielo.
Nella versione italiana del racconto con i tre morti vi era anche un monaco, che recava in mano un cartiglio in cui era scritto: «Voi sarete quel che noi siamo». Evidente il riferimento alla caducità della vita ma anche talvolta il monaco non veniva raffigurato come un eremita (come nell'affresco di Pisa) ma come rappresentante degli ordini mendicanti della città che cercava invece il contatto con i fedeli per prepararli alla morte (come nel dipinto di Bosa in Sardegna). I monaci si proponevano cioè come mediatori tra gli uomini e Dio.
L'origine dell'Incontro
Alcuni storici come Baltrušaitis hanno notato come sia possibile riscontrare nell'Est asiatico una tradizione millenaria di una iconografia dove i defunti ammoniscono i vivi a meditare sulla morte.
Nella tradizione letteraria araba il poeta Adi Ibn Zayd (580 d.C.) avrebbe detto a Noman Ben Mondar, re di Hira che cavalcava con lui nei pressi di un cimitero «Che la sventura rimanga lontana da te! Conosci tu il messaggio di questi morti?» e alla risposta negativa del sovrano il poeta enunciava il detto che si ritrova nei più vari monumenti funebri e opere macabre: «Noi fummo ciò che voi siete, voi sarete ciò che noi siamo!».
Altri storici preferiscono invece pensare a questa iconografia della morte come una originale caratteristica autoctona comprovata dalla diffusione in Europa dei contemporanei movimenti ereticali pauperistici e in particolare di quello dei catari che facevano oggetto realistico di meditazione i temi della vita e della morte. Inoltre vari eventi concorrono alla diffusione in Europa dell'iconografia della morte: gli ordini mendicanti che predicano al popolo la sorella morte, l'Inquisizione che fa della morte sul rogo strumento di espiazione per l'eretico, la diffusione delle epidemie viste come castigo divino e occasione di espiazione. Nell'età rinascimentale la stessa diffusione del benessere fa nascer negli uomini il contrasto esistenziale tra la necessità di condurre una vita secondo le regole cristiane e il godimento di una vita terrena che fa ritenere la morte non più come il passaggio verso una vita migliore ma una negatività da allontanare il più possibile.
da: wikipedia
sabato 19 settembre 2015
Tromeo and Juliet, Killer Condom e la Troma Entertainment
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venerdì 27 febbraio 2015
Il processo alle streghe di Triora
Il famoso processo di Triora del 1587, ebbe il suo antefatto nei mesi precedenti, quando avvenne una terribile carestia. Oggi sappiamo che la carestia probabilmente era stata in parte determinata da una manovra economica dei proprietari terrieri, ma il popolo tentò comunque di cercare un colpevole e le vittime furono alcune donne del villaggio che vennero accusate di stregoneria e d'infanticidio.
Nell'ottobre del 1587 il Parlamento locale, durante una seduta, chiese alle autorità civili e religiose di intervenire contro le presunte streghe; arrivarono così il Vicario dell'Inquisitore di Genova ed Albenga, e il sacerdote Girolamo del Pozzo, che sosteneva fermamente la presenza del maligno. Durante la celebrazione della messa, al momento della predica, il sacerdote chiese ai parrocchiani di denunciare le streghe. Vennero così arrestate venti donne che, a causa delle denunce estorte con torture, divennero presto trenta. Tra di loro tredici donne, quattro ragazze e un fanciullo si dichiarorono rei confessi. Alcune case private furono trasformate in carceri, la più famosa delle quali fu casa del Meggio, oggi nominata Ca' de baggiure (Casa delle streghe). In pochissimo tempo avvennero le prime morti: Isotta Stella, una sessantenne di nobile famiglia morì per le torture subite, un'altra donna invece si gettò dalla finestra.
A seguito di queste tragedie e del clima di terrore che si era venuto a creare, al processo intervenne anche il Consiglio degli Anziani, che chiese agli Inquisitori di procedere con maggior cautela; vi erano tra le trenta donne infatti alcune persone nobili e influenti nella comunità. Dopo alcune indagini si convenne che la morte di Isotta Stella fu determinata dalle torture subite, ma il fatto della donna gettatasi dalla finestra fu spiegato come atto del maligno: “...una notte tentata dal diavolo procurò la fuga con guastore una sua veste che aveva indisso et accomodarla a guisa di benda, ma non l'essendo cascò subito che fu fuori dalla finestra.” e la richiesta del Consiglio di una revisione del modo di procedere restò inascoltata dal Parlamento.
Dopo breve il governo genovese si mise in moto e nei primi giorni di maggio del 1588 arrivò l'Inquisitore Capo il quale visitò le carceri, ma dispose la scarcerazione di una sola ragazzina di tredici anni.
Un mese dopo, in giugno Genova mandò un commissario di nome Giulio Scribani che inasprì il clima di terrore trasferendo le donne incarcerate a Genova e facendo di tutto per trovare altre nuove streghe. Le accuse rivolte alle sospettate furono: reato contro Dio, commercio con il demonio, omicidio di donne e bambini. Cominciarono nuovi interrogatori e supplizi, cui erano sottoposti quasi sempre degli innocenti. Questa persecuzione si estese anche ai paesi vicini come Castelvittorio e Sanremo ove ebbero inizio altre cacce alle streghe.
Scribani chiese il supplizio del rogo per quattro donne, il governo però tentennò e domandò aiuto a Serafino Petrozzi; quest'ultimo affermò che la confessione non avalla l'accusa. Così obbligarono lo Scribani a produrre altre prove, e questi rispose che avvrebbe avuto bisogno di tempo per le indagini, dato che i delitti erano avvenuti molto tempo prima e ormai era difficile accertarli. Rifece comunque i processi e il 30 agosto confermò la condanna a morte per stregoneria. Ad affiancare Petrozzi arrivarono altri due giudici: Pietro Alaria Caracciolo e Giuseppe Torre e tutti e tre confermarono la condanna a morte sul rogo. Tra i condannati vi furono Peirina di Badalucco e Gentile di Castellvittorio.
Poco prima dell'esecuzione della condanna arrivò il Padre Inquisitore di Genova, unico rappresentante dell'Inquisizione di Roma e solo con il potere di giudicare i fatti e i crimini inerenti la stregoneria, dopo il suo intervento nell'ottobre del 1588, le condannate vennero inviate a Genova dove già si trovavano rinchiuse le prime tredici streghe.
Tra i luoghi frequentati dalle bagiue ovvero le streghe il più famoso è la Cabotina. Si trova fuori dalle mura ed era la zona più povera di Triora. “Era la località...orrida e deserta, detta Cabotina. In tale luogo si sarebbero svolti i convegni notturni delle streghe, le quali avrebbero giuocato a palla con bambini in fasce, palleggiandoseli da un albero all'altro fra quei radi albero di noce...”. Attualmente è uno dei luoghi più famosi di Triora. È probabile che qui vivessero donne sole, prostitute, contadine le quali furono tra le prime a essere coinvolte nel processo.
da: wikipedia
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martedì 8 aprile 2014
m4drid
E' difficile trovare le panche di Plaza Mayor disponibili ma se vi capitasse potreste vedere la serie di illustrazioni incise negli anni '80 che mostrano gli avvenimenti di vita della piazza nel corso dei secoli.
Questa ad esempio mostra un tipico autodafè cioè una di quelle cerimonie pubbliche in cui veniva eseguita, coram populo, la condanna decretata dall'Inquisizione spagnola, in questo caso mediante garrota.
p.s. La garrota fu usata l'ultima volta in Spagna il 2 marzo del 1974, per l'esecuzione franchista dell'anarchico catalano Salvador Puig Antich e del criminale comune Heinz Ches.
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domenica 9 marzo 2014
Hugo Pratt
Hugo Pratt tavola da "Favola di Venezia (Sirat Al Bunduqiyyah)"
L’eredità di mia nonna.
Avevo quattro o Cinque anni, forse sei, quando mia nonna si faceva accompagnare da me al Ghetto Vecchio di Venezia. Andavamo a visitare una sua amica, la signora Bora Levi, che abitava in una casa vecchia. A questa casa si accedeva salendo un’antica scala di legno esterna chiamata “scala matta” oppure “scala delle pantegane”, o ancora “scala turca”. La signora Bora Levi mi dava un confetto. una tazza di cioccolata bollente e densa, e due biscotti senza sale. che non mi piacevano. Poi lei e la nonna, immancabilmente, si sedevano e giocavano a carte, sorridendo e sussurrando frasi per me incomprensibili. E così, a me non restava che passare minuziosamente in rassegna tutti i cento medaglioni appesi alla parete di velluto rosso scuro, che mi osservavano dai loro ovali di vetro. Dico che mi osservavano, perché questi medaglioni racchiudevano vecchi ritratti di severi signori in uniformi asburgiche o di rabbini con treccine nere e feltri a larghe tese. E tutti sembravano fissarmi con un’insistenza che certo sconfinava nell’indiscrezione. Un po’ imbarazzato andavo alla finestra della cucina e guardavo giù in un campiello erboso con una vera da pozzo coperta di edera. Quel campiello ha un nome: Corte Sconta detta Arcana. Per entrarvi si dovevano aprire sette porte, ognuna delle quale aveva inciso il nome di un shed, ossia di un demonio della casta dei Shedim, generata da Adamo durante la sua separazione da Eva, dopo l’atto di .disubbidienza . Ogni porta si apriva con una parola magica, che era poi il nome del demone stesso.
Li ricordo ancora quei nomi terribili: Sam Ha, Mawet, Ashmodai, Shibbetta, Ruah, Kardeyakos, Nà Amah.
Ricordo che un giorno la signora Bora Levi mi prese per mano e mi condusse nella Corte Sconta illuminando il cammino con un “menorah”, il candelabro a sette braccia, e ogni volta che apriva una porta soffiava su una candela. La corte era piena di sculture e graffiti: un re armato di arco e frecce, a cavallo di un dio; un neonato; una cacciatrice anch’essa con arco e frecce; una vacca con un occhio solo; una stella a sei punte; un cerchio tracciato nei suo1o con lo scopo di far ballare una ragazza nuda; i nomi degli angeli caduti o veleni di Dio, Samael, Satael, Amabiel. La signora ebrea mi parlava di tutte quelle cose, rispondendo alle mie domande. Poi apriva una porta sul fondo della corte e mi faceva passare in una calle con le erbe alte, che conduceva in un altro campiello bellissimo e che molto più tardi ritrovai uguale e pieno di fiori in una casa della Juderia di Cordoba.
Ricordo che nella Corte Sconta c’era una signora molto bella, sempre circondata da bambini e fanciulle che giocavano attorno a una farfalla gigante di vetri colorati. Era Aurelia, la farfalla gnostica.
La gnosi rappresentando se stessa come fonte inesauribile di sapienza e offrendo, in mille riflessi di vari colori, quello che ognuno desidera.
Quei due campielli intercomunicanti tramite la piccola calle nascosta chiamata “Calle Stretta della Nostalgia”, rappresentavano il centro favoloso dove si univano due mondi segreti: uno appartenente alle discipline talmudistiche e l’altro appartenente a quelle esoteriche esoteriche giudeo-greco-orientali. Tutto questo dedalo di scale, calli, corti e campielli si chiamava il “Serraglio delle Belle Idee” o anche “Serraglio dei Giudei”. In questo luogo bellissimo i miei compagni di giochi erano bambini ebrei, bravi a raccontare le cose antiche e a scavalcare muretti di cinta proibiti. Le bambine, in più, avevano dei sorrisi inquietanti che io leggevo nei loro occhi all’ombra dorata delle soffitte. Furono loro a firmi vedere per la prima volta gli Abraxas di Basilides e i simboli pitagorici, i serpenti lunari e i disegni di Menader e Saturninos. Fu in quei campielli che sentii per la prima volta i noni di Simon Mago, Mani, Origene, Arius, Valentinus, Justino, Carpocrates, Epiphanios, Tertulliano, Agostino, Hipatia e tanti altri.
Fu in quel luogo incantato che seppi anche delle Clavicole di Salomone e dello smeraldo di Satana, che la tradizione ermetica vuole sia caduto dalla fronte dell’angelo del male divenendo il simbolo della “Scienza maledetta” tra gli uomini.
A una certa ora mia nonna decideva di ritornare a casa (noi abitavamo dall’altra parte della città, alla Bragora) e in quel momento sentivo fisicamente il dolore del distacco da quei misteriosi amici. Essendo troppo giovane, i miei non mi lasciavano ancora circolare da solo, perciò dovevo aspettare una o più settimane per ritornare nel ghetto. Rincasando con mia nonna passavamo per il Rio della Sensa alla Madonna dell’Orto, dove sono incastrate nei muri dell’antico “Fontego dei Mori o Saraceni” le statue dei tre fratelli arabi: El Rioba, Sandi e Afani. Quando domandavo chi mai fossero quei signori vestiti alla “grega”, mia nonna rispondeva che erano mori, mammalucchi turchi. Insomma, cose da non chiedere mi faceva capire. Dopo di che la nonna se ne andava a giocare qualche numero al lotto, secondo la cabala veneziana delle lotterie. E in me restavano irrisolti questi interrogativi turchi, saraceni, arabi che mi incuriosivano a tal punto che cominciai a chiedere spiegazioni ai moltissimi membri della mia famiglia. Così venni a sapere che i Genero, ai quali apparteneva mia madre, venivano dalla spagnola Toledo ed erano di origine sefardita-marrano, convertitisi al cristianesimo in conseguenza delle crudeli persecuzioni avvenute in Spagna nel 1390.
Con i Genero erano imparentati i Toledano, i Greggyos e gli Azim, questi ultimi soffiatori di vetro bizantini a Murano. Qualcuno in famiglia parlava spesso di arabi mercanti e arabi spie, venuti a Venezia per cercare qualche cosa che i pirati veneziani avevano rubato. Questi, del resto, erano argomenti quotidiani tra noi. Ricordo che, un giorno un mio zio mi accompagnò in un campiello nascosto vicino a San Marsial e mi indicò un pipistrello di marmo verde collocato dentro una nicchia di alabastro, spiegandomi che era il simbolo di una setta di avventurieri saraceni, alleati ai Templari e ai Cavalieri teutoni. Passò qualche anno e cominciai ad andare da solo nel ghetto, frequentando con sempre maggiore assiduità gli amici dei due campielli e le loro case. Poi gli avvenimenti mi portarono in Africa.
In Etiopia, ad Addis Abeba, ritrovai molto dell’ambiente veneziano frequentando la comunità greco-ebreo-egiziano-armena. Nella biblioteche di Debra Markos, Debra Ghiorghis, Debra Mariam, nei libri e nelle figurazioni copte della Regina di Saba e del Re Salomone scoprii che nella vita degli uomini che vogliono sapere ci sono sempre le sette porte segrete. E trovai che sette sono sempre le formule magiche e che i diavoli sono gli stessi, i libri nascosti più o meno uguali e gli angeli caduti un poco più numerosi. Nella letteratura copta si leggono vecchie storie con aggiunte apocrife. I miei nuovi amici dell’Africa Orientale, più anziani di me di qualche anno, mi raccontavano storie bellissime sui viaggi di Enoch e sui Giardini dell’Eden.
E le ragazze sorridevano con lo stesso inquietante sorriso delle bambine del ghetto, pur avendo, le prime, occhi di maiolica assai diversi dagli occhi color veneziano delle seconde. Venne la guerra e passai qualche anno in Dancalia e nell’Ogaden, tra i cammelli e i contrabbandieri di “chat”. Da un cammelliere dancalo venni a sapere che per entrare nel Al-Jannah Al Adn, il Giardino dell’Eden, si dovevano aprire sette porte nel deserto e per poterle aprire si devono conoscere i nomi di setti angeli terribili della tribù dei Shaitans oppure farsi accompagnare da un poeta che abbia una chiave d’oro sotto la lingua. Da un arabo eritreo venni poi a sapere che l’Adriatico si chiamava Giun Al-Banadiqin, il “Golfo dei Veneziani”, e che gli egiziani chiamavano Al Bunduqiyyah la stessa città di Venezia.
Ritornai in Italia che la guerra non era ancora finita: le case del ghetto di Venezia erano chiuse e gli ebrei fuggiti si nascondevano nelle abitazioni dei veneziani.
Di notte, piano piano, si raccontavano di nuovo antiche storie arabo-spagnole e si parlava del la città cabalistica di Safed in Palestina dove c’era la tomba di Simon Ben Yohai, ritenuto l’autore dello Zohar, “Il libro degli Splendori”. E ancora una volta, quando ricorrevano le feste, mangiavo i biscotti senza sale che non mi piacevano. Finì la guerra.
Da allora io vado e vengo per il mondo, quasi senza meta. Ma a Venezia ci torno sempre. Cammino per le sue calli, attraverso i canali, mi fermo sui ponti e osservo che sulle rive non ci sono più i granchi che al pomeriggio se ne stavano pigramente a prendere il sole. Non ci sono più da tanti anni. Cerco i posti di quando ero bambino ma molte volte non li riconosco. La scala matta non c’è più e non più neppure la signora Bora Levi. Le finestre della sua casa sono murate, la fisionomia del luogo è cambiata. Quando chiedo non mi sanno rispondere. Gente giovane che non sa, oppure qualche vecchio che non vuole ricordare.
Un giorno, il nome della vecchia signora ebrea che mi dava il confetto e la cioccolata bollente l’ho ritrovato inciso sopra una lastra di marmo vicino al portone dell’antica Schola Espanola assieme a quelli degli altri ebrei deportati e non più tornati dall’ultima guerra. Non sono molti questi nomi, perché Venezia nascose i suoi ebrei.
Li nascose nelle sue “Corti Sconte” dette “Arcane”.
Corti celate ancora oggi dietro muri gelosi, con numeri civici che si reinventano quando qualche profano guarda troppo a lungo. Rimangono i nomi vetusti e sbiaditi, scritti su grandi rettangoli bianchi bordati di nero come cartoncini funerari, e i gatti soriani che sembrano suggerire, quasi come un indovinello, che tutto là è come una volta. Bisogna voler trovare. E forse si può trovare appena oltre il Ponte Ebreo, quando si entra nelle osterie, dove si gioca ancora con le vecchie carte arabe, la Saracena, la Maomettana, oppure la Bella Giudea. Giochi di Oriente e spagnoli. Gli ebrei marrani avevano le loro carte e le vecchie chiavi delle case spagnole sugli stipiti delle porte veneziane. Quasi una promessa di ritorno alla diaspora voluta dall’inquisizione spagnola.
Anche a casa mia c’era una chiave spagnola toledana: mia nonna me l’aveva lasciata in eredità insieme al suo ironico fatalismo e a un mazzo di carte arabe che sicuramente sono magiche.
Sulla Fondamenta che va verso la Madonna dell’Orto e San Marsilian c’è un palazzo con una croce teutonica, una rosa e un cammello di pietra. Forse a molti queste cose scolpite non suggeriranno niente, ma se si è veneziani nel cuore, allora si capisce subito che dietro un simbolo teutonico ci sarà qualcosa di misterioso e una rosa attorcigliata attorno alla croce complicherà ancor più l’enigma. L’aggiunta del cammello poi, sedurrà definitivamente l’animo intrigante di un veneziano.
Hugo Pratt
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giovedì 5 settembre 2013
Il monastero delle orge / Cornelis Van Haarlem
Cornelis van Haarlem - The Monk And The Nun (det.)(1591)
Il monastero delle orge fu scoperto nella seconda metà dell’Ottocento, grazie ad una nobile tedesca, Katharina von Hohenzollern-Sigmaringen, che raccontò all’allora Santa Inquisizione gli sconvolgenti episodi del monastero di Sant’Ambrogio, una casa di preghiera delle suore francescane sita vicino alla Città del Vaticano. La nobile prussiana si era ordinata in quel monastero, ma subito avevo capito la strana atmosfera che si respirava. La sorella responsabile della formazione delle novizie, suor Maria Luisa, le dedicava attenzioni particolari, mentre le altre suore erano particolarmente ossessionate dalla fede. Il padre confessore, Giuseppe Peters, dormiva spesso nel monastero. Quando Katharina von Hohenzollern-Sigmaringen scoprì la relazione segreta tra suora Maria Luisa ed un uomo posseduto dal diavolo, la superiora provò ad avvelenarla. Il tentato omicidio fallì, e la nobildonna avvertì i suoi parenti di quanto le capitava a Roma, invocando salvezza.
Il padre domenicano Vincenzo Sallua fu incaricato delle indagini,che portarono alla scoperta di un monastero ricco di intrighi tipiche della Roma dei Borgia. Suor Maria Luisa confessò le sue relazioni amorose con il padre confessore, così come l’abitudine a svolgere sesso con le altre sorelle. Le novizie erano costantemente sottoposte a riti di iniziazione lesbo, ed erano poi costrette a fare sesso con altri preti. Le orge erano costanti, ed i segreti non potevano uscire dal monastero, pena la morte. Tre suore furono uccise, mentre le altre venivano soggiogate con lettere, ovviamente falsificate, che la superiora spiegava esser scritte direttamente dalla Madonna. Anche il padre confessore era un impostore. Si chiamava Joseph Kleutgen, e vendeva le confessioni delle suore per ricavare denaro, aiutando suor Maria Luisa ad inventare i suoi rapporti con la madre del Signore.
Uno storico tedesco, il professor Dr. Hubert Wolf, ha riesaminato gli archivi vaticani, scoprendo nuovi elementi su uno dei più grossi scandali del cattolicesimo, avvenuto tra l’altro in un’epoca piuttosto recente. La Santa Sede fu molto clemente nelle condanne. All’epoca c’era la pena di morte per chi era colpevole di omicidio, ma la sorella, rea anche di affettata santità, un crimine molto grave nel diritto canonico, fu condannata a soli 18 anni di carcere. Ancora meglio andò al suo amante Joseph Kleugten, che non solo scontò solo due anni di pena, ma riuscì negli anni successivi ad affermarsi come teologo, tra i maggiori proponenti del dogma dell’infallibilità papale.
Il padre domenicano Vincenzo Sallua fu incaricato delle indagini,che portarono alla scoperta di un monastero ricco di intrighi tipiche della Roma dei Borgia. Suor Maria Luisa confessò le sue relazioni amorose con il padre confessore, così come l’abitudine a svolgere sesso con le altre sorelle. Le novizie erano costantemente sottoposte a riti di iniziazione lesbo, ed erano poi costrette a fare sesso con altri preti. Le orge erano costanti, ed i segreti non potevano uscire dal monastero, pena la morte. Tre suore furono uccise, mentre le altre venivano soggiogate con lettere, ovviamente falsificate, che la superiora spiegava esser scritte direttamente dalla Madonna. Anche il padre confessore era un impostore. Si chiamava Joseph Kleutgen, e vendeva le confessioni delle suore per ricavare denaro, aiutando suor Maria Luisa ad inventare i suoi rapporti con la madre del Signore.
Uno storico tedesco, il professor Dr. Hubert Wolf, ha riesaminato gli archivi vaticani, scoprendo nuovi elementi su uno dei più grossi scandali del cattolicesimo, avvenuto tra l’altro in un’epoca piuttosto recente. La Santa Sede fu molto clemente nelle condanne. All’epoca c’era la pena di morte per chi era colpevole di omicidio, ma la sorella, rea anche di affettata santità, un crimine molto grave nel diritto canonico, fu condannata a soli 18 anni di carcere. Ancora meglio andò al suo amante Joseph Kleugten, che non solo scontò solo due anni di pena, ma riuscì negli anni successivi ad affermarsi come teologo, tra i maggiori proponenti del dogma dell’infallibilità papale.
da: giornalettismo
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mercoledì 1 agosto 2012
Alessandro Magnasco detto il Lissandrino (1667 – 1749)
Alessandro Magnasco - L'Inquisizione o L'interrogazione in una prigione (1710-20)
Kunsthistorisches Museum, Vienna
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mercoledì 2 novembre 2011
Pedro Berruguete
Pedro Berruguete - San Domenico di Guzmán presiede a un auto-da-fé (1475)
L'autodafé, o auto da fe o sermo generalis, era una cerimonia pubblica, facente parte in particolare della tradizione dell'Inquisizione spagnola, in cui veniva eseguita, coram populo, la penitenza o condanna decretata dall'Inquisizione. Il nome deriva dal portoghese auto da fé, cioè atto di fede, e fu il cerimoniale giuridico più impressionante messo a punto e usato dall'Inquisizione.
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