Cristobal de Antonio - L’armée des ténèbres survolant Montmartre (1885)
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mercoledì 20 settembre 2023

Sa femmina Accabbadora




Henri Émile Allouard, La Mort (1910)
Parigi, 11.08.2014

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Materiale tratto dalla tesi di laurea di Lucia Incani

Dal 1800 ad oggi sono comparsi vari scritti intorno a s’accabadora, sia per affermare che per negare la presenza di questa inquietante figura nel mondo tradizionale sardo.

Secondo la concezione comune s’accabadora era una vecchia donna che veniva chiamata a por fine all’agonia dei moribondi, quando questa si protraeva per molti giorni provocando inutili sofferenze al malato. Una forma di eutanasia dunque, praticata in casi di necessità, infatti il nome accabadora significa colei che pone fine alla vita. Il primo scrittore che parlò di questa usanza fu Alberto Della Marmora .

Questa figura in passato è realmente esistita, e visse fino all’arrivo del Concilio di Trento. In ogni paese era presente s’accabadora, e tutti sapevano chi fosse, ma nessuno osava dire il suo nome perché se si fosse venuti a conoscenza di qualche fatto fuori dalla norma ci si poteva regolare con una interdizione dai sacramenti o con la minaccia di scomunica verso la pazza e snaturata donna che avesse messo in atto una simile pratica. D’altra parte doveva trattarsi di pratiche segretissime, consumate nel chiuso delle abitazioni; con molta probabilità non ne venivano informati neppure tutti i membri della famiglia, ma solo le persone più propense a porre in atto una simile tradizione. Secondo l’ideologia corrente tale atto doveva essere considerato un servizio richiesto e offerto a scopo umanitario, fatto a fin di bene, per abbreviare le sofferenze del moribondo .
S’Accabadora, per prima cosa, chiedeva che venissero tolti dalla stanza del morente tutti gli oggetti legati al mondo cristiano perché essi non permettevano all’anima di separarsi dal corpo, e che tutti i familiari la lasciassero sola col malato, poi iniziava il suo compito recitando misteriose formule magiche. Se queste non risultavano efficaci, allora appoggiava un gioco di aratro o di carro sul collo del malato, oppure gli batteva il petto con sa mazzocca, una mazza di legno molto pesante .

L’allontanamento dei familiari, indispensabile perché il moribondo possa terminare la sua agonia, ingenera il sospetto dell’effettiva esistenza de s’accabadora la quale, ovviamente, non avrebbe potuto eseguire la sua operazione di morte davanti ai familiari che certo non sarebbero rimasti impassibili, anche comprendendone la necessità. Perciò tutti dovevano uscire dalla stanza.
E’ da supporre che un piccolo colpo alla nuca, dato da persona esperta, provocasse la morte istantanea, sia facendo battere la testa contro il giogo, sia adoperando sa mazzocca.
Ma è anche da supporre che qualche volta l’operazione non fosse così celere e che all’agonizzante sfuggisse qualche lamento.

Veniva utilizzato il giogo perché la società sarda lo considerava un oggetto sacro, ed anche dopo che esso non veniva più impiegato non veniva né buttato, né bruciato… chi osava far questo soffriva atroci pene prima di morire. Più in là il pesante giogo dei buoi viene sostituito da piccoli gioghi e man mano che ci si avvicina ai nostri giorni tende sempre più a miniaturizzarsi, fino a diventare un piccolo oggetto, utilizzabile solo in senso del tutto magico. Ad esso si continuarono a conferire poteri eccezionali nonostante le sue minuscole dimensioni.
Perché questo oggetto potesse avere la sua efficacia bisognava però prepararlo in un momento particolare: la domenica delle palme (in alcuni paesi il giovedì santo), in chiesa, nel momento in cui si commemorava la passione di Cristo e il suo trapasso dalla vita alla morte.

Che anticamente s’accabadora potesse essere veramente una sacerdotessa sembrerebbe confermarlo il fatto che in molti paesi quest’atto veniva compiuto dalla stessa donna cui la comunità si rivolgeva per guarire i mali con le sue formule magiche, per togliere il malocchio ai bimbi e al bestiame, per tutelarsi dagli influssi malefici, per scoprire i furti e per indicare dove stava nascosto il bestiame rubato. Insomma, per tutte quelle azioni per le quali in tempi lontani si andava presso gli oracoli.





lunedì 23 ottobre 2017

MORTE (lat. mors; fr. mort; sp. muerte; ted. Tod; ingl. death).



Henri Émile Allouard - La Mort (1910)

Molto ben analizzata nell'Enciclopedia Italiana Treccani la voce "morte". Potete trovare un interpretazione della stessa a vari livelli: Biologia, Filosofia, Teologia cattolica e Diritto e il discorso poi si allarga anche su altri temi tra cui "La morte nelle credenze, negli usi e nelle leggi dei varî popoli". Di seguito riporto l'esame dal punto di vista biologico ma vi consiglio di leggere tutta la voce qui.

Biologia. - Da un punto di vista biologico generale non è possibile definire la morte, poiché la possibilità di una tale definizione presume la conoscenza stessa della vita; fenomeno che la scienza non ha potuto esaurientemente precisare. Né sono noti, per conseguenza, i limiti fra la vita e la morte. La vita, nell'estrinsecazione della propria energia, rappresenta in realtà un consumo più o meno rapido di materiali protoplasmatici e, pertanto, nella sua stessa intimità, una continua morte: la vita s'identifica così con la morte. Ma la morte, empiricamente e praticamente considerata, si riferisce all'estinzione dell'individualità corporea, non tanto nei singoli elementi che la compongono, quanto nelle necessarie correlazioni fra organi e funzioni. Si noti che questo trapasso si compie per gradi e che alla morte d'insieme dell'individualità sopravvivono, per parecchio tempo, gli elementi di singoli tessuti i quali, se trapiantati, possono infatti continuare a vivere. A rigore non si potrebbe dunque affermare che esista un momento preciso in cui sia identificabile la morte d'insieme di tutto l'individuo. Esiste anzi una specie di gerarchia di varia resistenza alla morte tra i differenti organi e i varî tessuti. Il sistema nervoso, per es., sottratto alle condizioni necessarie alla propria vita, si spegne quasi subito, mentre la cartilagine, l'osso, la cute, ecc., possono sopravvivere per un certo tempo alla morte generale dell'individuo. Dobbiamo quindi, biologicamente, distinguere la morte d'insieme da quella dei singoli elementi che compongono un organismo. La morte d'insieme, che rappresenta la vera morte dell'individuo, dipende dalla cessazione delle correlazioni funzionali di quegli organi che sono deputati alla conservazione del necessario ambiente interno della vita cellulare. Noi diciamo che un individuo è morto allorché vengono a cessare le funzioni del respiro, le funzioni del cuore, le funzioni del sistema nervoso, ecc.; funzioni fondamentali e necessarie a mantenere l'equilibrio ambientale dei tessuti e delle cellule in generale.


Si noti ancora che, per quanto appaiano cessate le grandi funzioni del cosiddetto tripode vitale (cuore, polmone e cervello) non sarebbe ancora precisamente accertabile quando, come e perché più non sia possibile una ripresa delle funzioni stesse. La scienza infatti ha dimostrato la possibilità di sospensioni più o meno protratte di queste correlative funzioni, sospensione tuttora compatibile con una loro eventuale ripresa funzionale. La fisiologia ci fa assistere a impressionanti esperimenti di riviviscenza, per es., del cuore, nonché ai mirabili esperimenti sulla funzione di visceri isolati dall'organismo e alla coltura e rigenerazione dei tessuti in vitro, ecc. Del resto ci sono noti gli esperimenti sulla morte apparente di molti organismi inferiori (protozoi, anguillule, rotiferi, ecc.) e la ripresa funzionale di piante e di semi già congelati. D'altronde il cuore e la muscolatura d'un individuo possono continuare per qualche tempo a contrarsi dimostrando l'esistenza di manifestazioni vitali nel caso, per es., di decapitati. Queste considerazioni generali valgano a spiegarci come possano essersi verificati casi, del resto rarissimi, di una morte apparente e come le leggi civili e sanitarie di tutti i paesi contengano disposizioni dirette a evitare i pericoli delle inumazioni precoci e prescrivano, all'uopo, un congruo termine di osservazione delle salme nonché il regolare accertamento del decesso.





sabato 25 luglio 2015

P4ris: Henri Émile Allouard




Henri Émile Allouard - La Mort (1910)



State uscendo dal terrificante Musée Dupuytren? Bene, siete in tema. A qualche passo di distanza la presenza della statua della Morte di Henri Émile Allouard potrebbe indurvi a mettere in discusssione il vostro equilibrio mentale. In un recesso della facoltà di medicina René Descartes, troneggia questa scultura sorprendente sopratutto per il suo realismo. Creata da Henri Émile Allouard essa possiede i requisiti classici della morte come la falce e i  classici simboli della vanitas ai suoi piedi: una corona, una cassa del tesoro, una spada, uno scettro, gioielli e ninnoli vari.