Incisore: Hendrik Hondius - Disegno: Filippo Teodoro di Liagno
Quis est homo qui vivet et non videbit MORTEM. PS: 88 (1642)
L'incisione rappresenta un classico tema di Memento Mori. La Morte viene personificata come uno scheletro alato, seduto in cima a una monumentale lapide in pietra. Nella mano destra sollevata tiene una clessidra, il simbolo universale del tempo che scorre inesorabile e della natura effimera della vita umana.
L'ambientazione circostante mostra elementi naturali minimi, arbusti e piccoli rami secchi che spuntano ai lati della tomba.
L'opera è densa di iscrizioni in latino volte a far riflettere lo spettatore sulla mortalità.
Il testo principale sulla lapide:
“Quis est homo qui vivet et non videbit MORTEM. PS: 88.”
("Qual è l'uomo che vivrà e non vedrà la morte? Salmo 88" (Bibbia cattolica: 89,19)
È una citazione retorica che sottolinea l'inevitabilità del destino umano.
Il testo nel cartiglio in basso:
Il testo nel cartiglio in basso:
“Horarum fallax Mors incertissima rerum / Attamen Horarum cur tibi cura datur.”
("La Morte è ingannevole riguardo alle ore, la più incerta delle cose; eppure, perché ti viene data la preoccupazione per le ore?")
Questo distico gioca sul contrasto tra l'incertezza del momento finale (l'ora della morte non è data a sapersi) e l'ossessione umana per il calcolo quotidiano del tempo, invitando invece a concentrarsi sulla cura dell'anima e sulla preparazione spirituale.
L'opera appartiene alla ricca tradizione artistica barocca fiamminga e italiana legata alla Vanitas, in cui scheletri, teschi e strumenti di misurazione del tempo ricordavano ai vivi di non legarsi eccessivamente ai beni materiali terreni.
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