Cristobal de Antonio - L’armée des ténèbres survolant Montmartre (1885)

mercoledì 6 febbraio 2013

Giuseppe Tomasi di Lampedusa


Giuseppe Tomasi di Lampedusa non fu uno scrittore nato. Ebbe al suo attivo un solo libro pubblicato, Il Gattopardo, famosissimo e postumo. Sì, perchè uscì sedici mesi dopo il suo addio al mondo. Ma non era uno scrittore perchè lui, fin quasi alla fine dei suoi giorni, non ci aveva neanche mai provato a scrivere.

Era più un lettore, ed aveva conoscenze molto approfondite di letteratura e di storia, le sue materie preferite delle quali possedeva sconfinate biblioteche zeppe di libri. Aveva letto tutto, dagli autori più conosciuti a quelli “di serie B“, perchè secondo lui erano tutti importanti e poi, in fondo, “bisogna anche sapersi annoiare“.

Conosceva quattro lingue oltre all’italiano, e nel suo ultimo anno di vita ne imparò anche una quinta, lo spagnolo. Visitava spesso le librerie della sua Sicilia, in particolare la Flaccovio, in cui entrò ogni giorno per dieci anni. Mentre la moglie Licy dormiva, lui si alzava e andava a fare colazione e a leggere in una pasticceria. Una volta restò lì seduto per quattro ore, il tempo di leggere un intero romanzo di Balzac da cima a fondo. Dopo la colazione riprendeva il suo giro delle librerie, ed era sempre un giro molto lento.

Tomasi non pranzava mai: quando andava in pasticceria a far colazione, se ne andava sempre con la sua borsa di pelle piena di dolciumi, con i quali tirava avanti fino alla sera. Oltre ai dolci, nella borsa c’erano libri su libri, anche più di quelli necessari. Per lui era sempre come se dovesse partire per un lungo viaggio e non poteva permettersi di restare senza passatempi.

Aveva sempre con sé qualche opera di Shakespeare, perchè “poteva consolarlo nel caso avesse visto qualche cosa di sgradevole“. Addirittura usava i libri come casseforti, inserendo tra le pagine dei volumi delle piccole quantità di denaro, salvo poi dimenticarsi dove lo aveva riposto. Proprio per questo diceva spesso e volentieri che la sua biblioteca conteneva due tesori!

Il denaro non era un suo problema: era talmente agiato da poter vivere senza mai lavorare, anche se con le crisi del tempo divenne un nobile decaduto. Non sperperava il suo denaro come molti ricchi fanno, aveva passioni alquanto modeste: oltre alle librerie frequentava spessissimo i cinema e ogni tanto andava a mangiare al ristorante. Non viaggiava, nonostante amasse farlo da giovane.

Usava annotare sulla sua agenda i film che vedeva, aggiungendo un aggettivo. Apprezzò particolarmente 20.000 Leghe Sotto i Mari, definendolo “spettacolare“. Si definì una persona molto solitaria, e disse di elaborare teorie letterarie per hobby, anche se oggi non resta niente di quelle teorie. Restano invece un migliaio di pagine sulla letteratura inglese e francese destinate inizialmente a Francesco Orlando, giovane borghese che di Tomasi fu assiduo allievo di lingua e letteratura inglese.

Probabilmente fu questo che fece nascere in Tomasi la passione per la scrittura: le chiacchierate letterarie si estesero presto a molti amici di Orlando, suoi coetanei. E questo lo portò anche a passare più tempo in compagnia, lontano dalla lettura solitaria. Tutti i testi redatti da Tomasi e utilizzati nelle sue lezioni di letteratura, nonostante lui dicesse di bruciarli una volta finita la lezione, sono stati conservati e oggi stanno pian piano vedendo la luce. Erano scritti pieni di umorismo, leggeri e mai noiosi come spesso finiscono per essere gli scritti letterari.

Riteneva che nella biografia di ogni autore si nascondesse la vera chiave di lettura delle sue opere, per questo lasciò pochi aneddoti ai posteri. Aveva poi altre stranezze, come ogni scrittore che si rispettasse: odiava il melodramma e l’opera italiana (la considerava “un’arte da zulù“) e generalmente tutto quello che era troppo esplicito.

Beveva solo acqua (Baudelaire diceva “Chi beve soltanto acqua ha qualcosa da nascondere“, e Tomasi aveva alcuni segreti che non raccontò mai, proprio perchè pensava che i posteri avrebbero dovuto trovare da sè la chiave di lettura delle sue opere), ma mangiava bene e fumava anche tanto, tant’è che aveva sempre la giacca piena di cenere qua e là.

Parlava pochissimo in pubblico per timidezza, ma con i suoi pochi intimi teneva conversazioni interessanti e approfonditi, sempre con una punta di sarcasmo. Odiava la Sicilia e i siciliani, anche se in fondo ci era affezionato. Condannava le classi sociali ed era assolutamente anticlericale.

Era gentile, e accettò ironicamente — anche se con un po’ di dolore — il rifiuto del suo primo romanzo da parte di diverse case editrici. Tomasi raccontava che ciò che davvero gli fece venire voglia di scrivere fu il fatto che suo cugino Lucio Piccolo ricevette un applauso da Eugenio Montale per un volume di poesie. Per questo scrisse Il Gattopardo, nonostante rivelò a Francesco Orlando che lo riteneva “una porcheria“.

Disse sempre che era necessario lasciare gli altri nei loro errori. Lui disse che il suo era stato la durezza di cuore, e volle comunque mettere in guardia suo cugino Gioacchino di quarant’anni più giovane di lui e che finì per adottare. Tomasi morì all’età di soli sessant’anni il 23 luglio 1957 in casa di alcuni parenti, per un cancro al polmone.


da scolastic.it

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