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domenica 25 giugno 2017

Enemy



Domenica pomeriggio: film.
Film: Enemy. 
Enemy è un film del 2014 diretto da Denis Villeneuve tratto dal romanzo "L'uomo duplicato" di José Saramago.


"Il caos è l’ordine non ancora decifrato."
: :  José Saramago : :

Ne parla così Gianluca Rinaldi su "PianetaCinema".

Un inquieto ed insignificante insegnate di storia si imbatte nel suo doppio, notato casualmente nel ruolo di comparsa in un film.
Dopo essersi incontrati, le vite di entrambi si avviano verso un tortuoso e terrificante incubo.

Ciò che avviene per il resto del film (non molto, parliamo di 80' circa) è abbastanza enigmatico e di non facile interpretazione. Come se non bastasse, l’ultima scena arriva come un fulmine a ciel sereno: definito come “the scariest ending of any movie ever made”, il finale è di certo uno dei più grandi shock cinematografici di sempre. Non parlo del classico colpo di scena in cui, con una spiegazione sorprendente, si risolve il mistero.
Tutt’altro.
La situazione si complica ulteriormente, lasciando il pubblico in balia di uno dei più criptici ed inquietanti enigmi di sempre.

Premetto che non si tratta di un giallo, piuttosto di un thriller psicologico: non ci sono assassini o omicidi, qui il mistero è tutto mentale. Seguendo la scia di Cronenberg, Lynch e perfino Kubrick (la scena iniziale richiama Eyes Wide Shut), Denis Villeneuve torna alla regia dopo l’acclamato “Prisoners” realizzando un film dalle tinte seppia, molto fosche e buie (sopratutto negli interni). Girato in una Toronto spettrale e solitaria (spesso immersa nella nebbia), Enemy vanta un’atmosfera angosciante e onirica di prima categoria, sostenuta da una regia davvero eccellente e da una colonna sonora sempre pronta a mantenere viva la tensione.
Nonostante il film tragga grande giovamento dalle performance di Isabella Rossellini (una delle muse di Lynch), Sarah Gadon (una delle muse di Cronenberg) e Melanie Laurent, quella che si fa davvero notare è la versatile ed indiscutibile bravura recitativa di Jake Gyllenhaal, interprete dei due antitetici personaggi principali di Adam e Anthony.

Prima di tornare al finale, è indispensabile parlare del rapporto tra i due protagonisti: quello che è sicuro (gli indizi seminati sono parecchi) è che si tratti seriamente della stessa persona. Uno dei due è la proiezione mentale dell’altro, ma quale e in quale momento non è facile da capire (sono sempre totalmente identici).
Lo sdoppiamento psicotico da cui è affetto il personaggio di Adam/Anthony è un prodotto naturale della sua indole repressa.
Gran parte delle scene del film avvengono in realtà nel subconscio del protagonista: gli sporadici confronti tra Adam e Anthony sono da interpretare come “guerre” tra le due fazioni in cui è divisa la sua personalità (eco freudiana della teoria dell’Io, Super-Io ed Es).
L’intera pellicola può essere vista come la battaglia mentale di un individuo in lotta con il suo “lato oscuro”, al fine di responsabilizzarsi verso gli obblighi sociali che gli spettano (la fedeltà alla moglie e i doveri di futuro padre).
Non è una grande rivelazione, piuttosto il frutto del minimo sforzo intellettivo che viene richiesto al pubblico.

Evitando malevoli spoiler, direi di tornare al finale.

L’ultima scena conferma l’importanza simbolica del “ragno”, elemento ricorrente in tutto il film: lo vediamo uscire dal piatto d’argento nella sequenza iniziale, la donna nuda con la testa da ragno nell’incubo del protagonista Adam, il mastodontico aracnide che sovrasta la città, i cavi elettrici del tram e il vetro della macchina dopo l’incidente paragonati a ragnatele.
E la tarantola alla fine.

In parecchi sono dell’idea che i ragni siano effettivamente reali e non frutto dell’immaginazione contorta dei due protagonisti. Essendo l’uomo moderno distratto dal sesso e dalle pulsioni erotiche, gli aracnidi avrebbero sfruttato questa noncuranza per agire indisturbati, pianificando una silenziosa “invasione ultracorporea” che si realizza pienamente nella scena finale.
Nonostante trovi solide fondamenta sul discorso che Adam tiene in classe riguardo ai totalitarismi nell’era antica, basati su un controllo delle menti instaurato tramite il famoso “panem et circensem” (che nell’era moderna è il proprio il sesso), questa prima teoria risulta troppo pretenziosa e fantascientifica, nonostante debba ammettere che riserva un certo fascino.

Un’altra interpretazione (con cui mi trovo in sintonia perché decisamente più plausibile) è quella allegorica: la presenza dei ragni è la metafora del totalitarismo che a cui è soggetto l’individuo moderno, intrappolato in una ragnatela inconscia di ossessioni e frustrazioni. Non abbiamo aracnidi reali, bensì simboli psicanalitici desunti dagli incubi/visioni di Adam. Sia quest’ultimo che Anthony, il suo doppio, vivono un’esistenza frustata, soggetti ad un eccessivo controllo di loro stessi che li porta a voler evadere dalla routine: Adam sogna di fare l’attore (attenzione a questo particolare e alla scena con la Rossellini) perché lo annoia la vita da insegnante, Anthony persegue l’adulterio perché si sente oppresso dal matrimonio e terrorizzato dall’idea di avere una famiglia. I ruoli generalmente imposti dalla società in cui i due protagonisti sono confinati (marito, padre, lavoratore statale), vengono avvertiti come una sorta di violenza operata nei confronti di loro stessi.
A questo punto viene lecito chiedersi: se i ragni esprimono l’idea della tirannia del subconscio, chi è il vero tiranno?
Chi manovra i fili?
Chi tesse la ragnatela?
La risposta è una sola: le donne.
Ecco cosa rappresentano davvero i ragni.
Il protagonista teme la figura femminile, non riesce a stabilire con lei un rapporto intimo che sia fedele o duraturo e punisce se stesso per questo (ecco spiegato il titolo “Enemy”, siamo noi i veri nemici di noi stessi).
La donna intrappola il protagonista nella ragnatela del matrimonio, della fedeltà, della paternità ma il personaggio di Adam/Anthony non è in grado di sostenere la responsabilità di tali obblighi. Dopo l’apparente riconciliazione finale, Adam trova la chiave che apre la porta del sex club (luogo di tentazione per eccellenza) in cui Anthony era stato all’inizio, manifestando il desiderio di volerci tornare lasciando di nuovo la moglie sola a casa. La donna non risponde, Adam entra nella stanza di lei e…beh lo vedrete da voi!
Ciò non solo da conferma alla suddetta interpretazione della figura del ragno, ma spiega anche un’affermazione di Adam durante la lezione di storia: i totalitarismi sono un circolo che si ripete di continuo. Trovando la chiave, Adam ricade nel baratro della tentazione da cui credeva di essersi salvato sconfiggendo il suo “lato oscuro”.

Al di la di tutta la cervellotica spiegazione, resta indiscutibile il fascino inquietante che il talentuoso Villeneuve conferisce al film, senza dubbio uno degli enigmi cinematografici più coinvolgenti e ben riusciti di sempre. Per quanto riguarda il senso ultimo della pellicola, è lo stesso Villeneuve a dire che un significato, infondo, c’è eccome: l’importante è seguire gli indizi. D’altronde lo riporta anche la dicitura iniziale: “Chaos is order yet undeciphered” (il caos è l’ordine non ancora decifrato). L’apparente disordine logico che il film sembra lasciare nella mente del pubblico, ingloba in realtà tutte le risposte necessarie alla soluzione dell’enigma.
Se una sola visione non dovesse bastare, credo proprio che rivedere Enemy sarà senza dubbio un grande piacere.

Uno dei migliori thriller psicologici degli ultimi anni.

Fortemente sconsigliato agli aracnofobici.



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