Sono le 7.41 del 4 marzo 1947, ci troviamo al poligono militare delle Basse di Stura zona periferica di Torino. La nebbia è parzialmente infranta dai pochi flash dei fotografi autorizzati a documentare la fine degli autori di una strage difficile da dimenticare. Tre uomini vengono fucilati per aver commesso un crimine orrendo hanno massacrato dieci persone a colpi di bastone e poi le hanno gettate, ancora vive, in una cisterna.
Quella mattina, per l'ultima volta nel nostro Paese, la giustizia ricorse alla pena di morte.
Quella mattina, per l'ultima volta nel nostro Paese, la giustizia ricorse alla pena di morte.
Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D'Ignoti sono legati a tre sedie con una benda sugli occhi; hanno appena ricevuto il conforto delle parole del cappellano delle carceri "Nuove" di Torino; i trentasei moschetti fanno fuoco e uccidono: la metà è caricata a salve, in questo modo i componenti del plotone d'esecuzione non sapranno mai chi di loro è stato a uccidere.
Così, il giorno dopo, scriveva su «La Stampa» un anonimo cronista: «Le guardie carcerarie legano loro mani e piedi alle sedie e, mentre il D'Ignoti in un gorgoglio indistinto biascica le preghiere, gli altri due fumano l'ultima sigaretta. I trentasei uomini del plotone d'esecuzione avanzano coi moschetti bilanciati. Nessun ordine viene dato alla voce, ma al cenno dell'ufficiale si dispongono in doppia fila a sei metri dal condannato».
la strage di Villarbasse
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