mercoledì 2 settembre 2026
Pensierino della sera di Agostino Sella
Mio padre si chiamava Rosario. Classe 1934.
Ha lavorato alla SIACE, una cartiera.
Sera dopo sera, dopo il turno, andava nella sede del Partito Socialista.
Si sedeva.
Litigava con i compagni.
Poi tornava a casa, cenava e la mattina dopo era di nuovo in cartiera alle 5:45.
Mio suocero Nunzio, classe 1935, faceva l’operaio allo stabilimento petrolchimico di Gela.
Ancora oggi, a 91 anni, legge un libro a settimana.
Anche lui, dopo il lavoro, ogni sera, nella sede del sindacato.
Stessa cosa.
Come mio padre.
Quella era una classe.
Nel senso pieno: aveva un sindacato, un partito, una sede dove andare la sera.
Aveva la promessa che il figlio avrebbe fatto meglio.
Si costruiva la casa, aveva la pensione certa, il salario che saliva ogni anno.
Oggi non c’è più.
Non c’è più quella classe e, soprattutto, non ci sono più quei luoghi.
L’operaio esiste ancora.
Il precario esiste.
L’artigiano esiste.
Il piccolo commerciante esiste.
Ma sono rimasti soli.
Una volta finito il lavoro, mio padre incontrava altre persone.
Discuteva.
Leggeva il giornale.
Ascoltava chi ne sapeva più di lui.
Magari diceva una stupidaggine e qualcuno gli rispondeva: «Rosario, ma che minchia stai dicendo?».
E cominciava una discussione.
Era politica.
Ma era soprattutto formazione popolare.
Oggi torni a casa stanco, accendi la televisione. Rete 4, un reality, un talk show.
Poi prendi il telefonino.
Facebook.
TikTok.
Un video di trenta secondi.
Una fake news.
Un titolo che non leggerai mai fino in fondo.
E piano piano accade una cosa molto pericolosa: meno sappiamo, più siamo convinti di sapere tutto.
E qui bisogna capirci sul significato di una parola.
Ignorante non significa stupido.
Ignorante viene da ignorare: non conoscere, non sapere.
Tutti siamo ignoranti su qualcosa.
Il problema nasce quando non sappiamo, non approfondiamo, non studiamo più, ma siamo convinti di avere comunque una risposta su tutto.
È questa l’ignoranza generale di cui parlo.
Ed è qui che nasce il terreno perfetto per uno come Vannacci.
Non perché tutti quelli che lo votano siano stupidi.
Sarebbe una spiegazione troppo comoda.
Vannacci ha capito una cosa molto più importante: a una società arrabbiata, impoverita e culturalmente sola non devi spiegare la complessità.
Puoi raccontargli balle e parlargli per slogan.
E poi dagli un colpevole.
Non arrivi a fine mese?
Il problema sono gli immigrati.
Hai paura del futuro?
Il problema è l’Europa.
Il mondo sta cambiando troppo velocemente?
Il problema sono i gay, le femministe, quelli che vogliono cambiare la famiglia.
È semplicissimo.
E infatti la parola magica diventa remigrazione.
Sembra una soluzione semplice.
Ma la politica vera comincia esattamente un minuto dopo lo slogan.
E, per un minuto, facciamo persino finta che i diritti umani non esistano.
Quante persone?
Verso quali Paesi?
Con quali accordi?
Quanto costa?
Cosa consentono le leggi italiane ed europee?
Cosa fai con chi lavora nelle nostre campagne, nelle fabbriche, negli alberghi, nelle case dei nostri anziani?
Queste domande sono complicate.
“Remigrazione” invece è una parola sola.
Lo stesso meccanismo funziona sui gay.
Vannacci sostiene di non capire perché un orientamento sessuale debba «dare luogo a diritti» e dice che i gay in Italia avrebbero già tutti i diritti.
Anche qui: semplice.
Il problema è che una società non si governa dividendo continuamente le persone in base al loro orientamento sessuale o tra italiani e stranieri.
Si governa affrontando i problemi veri.
Il salario.
La casa.
La sanità.
La scuola.
Le pensioni.
Il lavoro dei giovani.
La sicurezza.
Il futuro.
Ed ecco il paradosso.
Mio padre, operaio della cartiera, probabilmente aveva studiato molto meno di tanti di noi.
Ma ogni sera faceva politica.
Discuteva.
Ascoltava.
Si confrontava.
Aveva un luogo nel quale qualcuno poteva persino dirgli che aveva torto.
Oggi abbiamo una laurea in tasca, uno smartphone con dentro tutta la conoscenza del mondo e rischiamo di essere culturalmente più soli di mio padre nel 1970.
Per questo il problema non è Vannacci.
Il problema è il vuoto che permette a Vannacci di funzionare.
Quando spariscono i partiti, i sindacati, le sezioni, le associazioni, le parrocchie, i circoli e tutti quei luoghi nei quali le persone imparavano a discutere insieme, quel vuoto non rimane vuoto.
Lo riempie qualcun altro.
E sui social vince quasi sempre chi urla più forte.
Mio padre tornava dalla cartiera stanco e andava a discutere di politica.
Noi torniamo stanchi, prendiamo il telefonino e dopo trenta secondi un algoritmo ha già deciso chi dobbiamo odiare.
Forse il problema dell’Italia comincia proprio da qui.
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