Le “torri del silenzio”, sono strutture tipiche della religione zoroastriana.
Le usanze funebri dei Parsi vietano di sotterrare i loro morti, cremarli o affidarli ai fiumi come fanno gli indiani; e ciò per non contaminare i quattro elementi simboleggianti la divinità: acqua, terra, fuoco e aria. Espongono invece i cadaveri in cima alle “torri del silenzio” (dakhma), affinché vengano consumati dagli agenti atmosferici e dagli avvoltoi, uccelli considerati sacri, in modo da rientrare a far parte del ciclo vitale come suprema offerta alla natura: usanza che ricorre più o meno simile anche in altre antiche culture del pianeta.
Queste torri circolari bianche (il colore del lutto), fatte di legno e argilla e piuttosto tozze, possono raggiungere i trenta metri; dotate di una stretta porta d’accesso, recano sulla sommità una piattaforma inclinata verso il centro, dove vengono deposti i cadaveri.
Il cerchio esterno è riservato agli uomini, il mediano alle donne e quello più interno ai bambini.
Un profondo pozzo centrale accoglie le ossa ormai scarnificate, sbiancate dal sole e dalla pioggia: disfacendosi ulteriormente e filtrando attraverso strati di carbone, calce e zolfo, tramite condotti sotterranei, ciò che ne resta si perde in mare.
Oggi è ormai ridotto il numero di torri esistenti e in funzione, causa il progressivo decrescere dei Parsi, comunità chiusa che non permette matrimoni misti: sembra che esse assommino ad una sessantina, la maggior parte nel Gujarat, a Pune, Calcutta e Bangalore.
da: cittanuova


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