C'è una frase il cui mesto scandire cavalca i secoli
attanagliando gli animi malinconici di tutto il mondo.
Il primo a esprimerla, intorno al 300 a.C., è stato Menandro
commediografo dell'antica Grecia nel suo Dis Exapatón.
"ὅν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν,
ἀποθνῄσκει νέος."
"Hon oi theoi philusin apothnēskei neos"
"Muor giovane
colui che gli dei amano."
. . .
Ma qual'è il motivo di tanto fascino?
Il significato di tanta attrazione sta semplicemente nel fatto che essa non
fa altro che confermare ciò che si avverte costantemente e cioè che
il significato di questa vita è nel dolore e nella sofferenza; profonde tribolazioni
che vengono risparmiate a chi ha un posto nel cuore dell'Eterno.
. . .
La frase viene poi citata da Plauto nelle Bacchidi.
"Quem di dilugunt
adulescens moritur."
"Muore giovane
chi è amato dagli dei."
. . .
Lord Byron ripropone il concetto
ne Il pellegrinaggio del giovane Aroldo.
. . .
Anche Leopardi la piazza nell'epigrafe a uno dei suoi Canti: Amore e morte,
in quella che appare, non a caso, come la più poetica delle traduzioni:
"Muor giovane colui
ch’al cielo è caro."
. . .
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