Franz Lippisch - Der Flösser Tod (La morte del zatteriere)(1897)

martedì 11 ottobre 2011

Cielo d'Alcamo - Rosa fresca e aulentissima


Ritenuta uno dei primi documenti in lingua italiana, la poesia Rosa fresca e aulentissima di Cielo (o Ciullo) d’Alcamo narra di un corteggiamento che si sviluppa attraverso il contrasto tra le battute del corteggiatore e della corteggiata. Corteggiata che inzialmente si nega ma che poi cede alle “lusinghe tentatrici” del giovane.

"Rosa fresca aulentissima ch' apari inver' la state
le donne ti disiano pulzell' e maritate:
tràgemi d'este focora, se t'este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia."
“Rosa fresca e profumatissima che appari verso l’estate,
ti desiderano perfino le donne, sia le fanciulle che le maritate: / toglietemi da questo fuoco, se ne avete volontà;
per te non ho pace notte e giorno,
pensando sempre a voi, signora mia”

"Se di meve trabàgliti follia lo ti fa fare.
Lo mar potresti arompere, a venti asemenare
l'abére d'esto secolo tutto quanto asembrare:
avere me non pòteri a esto monno;
avanti li cavelli m'aritonno."

“Se ti tormenti per me, la follia te lo fa fare.
Potresti arare il mare, ai venti seminare,
le ricchezze del mondo potresti riunire:
non potresti però avere me in questo modo:
piuttosto mi taglio i capelli [cioè mi faccio suora]”

"Se li cavelli artonniti, avanti foss'io morto,
ca'n issi sì mi pèrdera lo solaccio e 'l diporto.
Quando ci passo e véjoti, rosa fresca de l'orto,
bono conforto donimi tuttore:
poniamo che s'ajunga il nostro amore."

“Se ti tagli i capelli, spero di morire prima,
perché con essi perderei la mia gioia e il mio diletto.
Quando passo [da casa tua] e ti vedo, rosa fresca dell’orto,
tutte le volte mi doni un buon conforto:
facciamo sì che il nostro amore si unisca.”

"Ke 'l nostro amore ajùngasi, non boglio m'atalenti:
se ci ti trova pàremo cogli altri miei parenti.
guarda non t'arigolgano questi forti correnti.
Como ti seppe bona la venuta,
consiglio che ti guardi a la partuta."

“Che il nostro amore si unisca, non voglio che mi piaccia:
se ti trova mio padre con gli altri miei parenti,
guarda che non ti acchiappino questi forti corridori.
Come fu facile per te venir qui,
ti consiglio di star attento a come te ne vai.”

“Se i tuoi parenti tròvanmi, e che mi pozzon fare?
Una difensa mèttoci di dumili' agostari,
non mi toccara pàdreto per quanto avere ha 'n Bari.
Viva lo 'mperadore, grazi' a Deo!
Intendi, bella, quel che ti dico eo?"

“Se i tuoi parenti mi trovano, che mi possono fare?
Ci metto una difesa di duemila augustari,
non mi toccherà tuo padre, per quanta ricchezza possa avere a Bari / Viva l’Imperatore, grazie a Dio!
Capisci, bella, quel che ti dico io?”

“Tu me no lasci vivere né sera né maitino.
Donna mi so' di pèrperi, d'auro massamotino.
Se tanto aver donàssemi quanto ha lo Saladino
e per ajunta quant'ha lo soldano
toccare me non pòteri a la mano."

“Tu non mi lasci vivere né alla sera né al mattino.
Sono donna di molti denari,
se anche mi donassi tante ricchezze quante ne ha il Saladino, / e per aggiunta quante ne ha il Sultano,
non mi potresti comunque toccare neppure la mano.”

"Molte sono le femine c'hanno dura la testa,
e l'omo con parabole l'adìmina e amonesta:
tanto intorno procàzzala fin che l'ha in sua podesta.
Femina d'omo non si può tenere:
guàrdati, bella, pur de ripentere."

“Sono molte le donne che hanno la testa dura,
e l’uomo con le parole le conquista e le persuade:
e tanto gli dà la caccia finché l’ha in suo potere.
La donna dall’uomo non si può difendere:
guardati, bella, dal potertene pentire.”

"K'eo ne pur ripentésseme? davanti foss'io aucisa
ca nulla bona femina per me fosse ripresa!
Aersera passàstici, correnno a la distesa.
Aquìstati riposa, canzoneri:
le tue parole a me non piaccion gueri."

“E di cosa mi dovrei pentire? Fossi prima io uccisa
che una donna onesta per me fosse rimproverata!
Ieri sera ci passasti [da casa mia], correndo a cavallo.
Riposati, canterino:
le tue parole non mi piacciono per niente.”

"Quante sono le schiantora che m'ha' mise a lo core,
e solo purpenzànnome la dia quanno vo fore!
Femina d'esto secolo tanto non amai ancore
quant'amo teve, rosa invidïata:
ben credo che mi fosti distinata."

“Quanti sono gli schianti che mi hai fatto prendere al cuore,
e solo pensandoti, quando il giorno vado fuori!
Una donna di questo mondo non amai ancora tanto
quanto amo te, rosa invidiata:
sono sicuro che tu sei destinata a me.”

"Se distinata fósseti, caderia de l'altezze,
ché male messe fòrano in teve mie bellezze.
Se tut[t]o adivenìssemi, tagliàrami le trezze,
e consore m'arenno a una magione,
avanti che m'artoc[c]hi 'n la persone."

“Se fossi destinata te, cadrei in basso,
perché le mie bellezze sarebbero messe male se date a te.
Se succedesse, mi taglierei le trecce,
e mi farei suora in un monastero,
prima che tu mi possa toccare.”

"Se tu consore arènneti, donna col viso cleri,
a lo mostero vènoci e rènnomi confleri:
per tanta prova vencerti fàralo volonteri.
Conteco stao la sera e lo maitino:
besogn'è ch'io ti tenga al meo dimino."

“Se tu ti facessi suora, donna dal viso chiaro,
io andrei al monastero e mi farei frate:
per vincere una così grande prova lo farei volentieri.
Starò con te la mattina e la sera:
a tutti i costi ti farò mia.”

"Boimè tapina misera, com'ao reo distinato!
Gesò Cristo l'altissimo del tut[t]o m'è airato:
concepìstimi a abàttare in omo blestemiato.
Cerca la terra ch'este gran[n]e assai,
chiù bella donna di me troverai."

“Ohimé, misera tapina, che triste destino!
Gesù Cristo, l’Altissimo, è arrabbiatissimo con me:
mi ha fatta nascere per incontrare un bestemmiatore.
Cerca nel mondo che è bello grande,
che troverai una donna più bella di me.”

"Cercat'ajo Calabr[ï]a, Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli, Genoa, Pisa e Soria,
Lamagna e Babilonïa [e] tut[t]a Barberia:
donna non [ci] trovai tanto cortese,
per che sovrana di meve te prese."

“Io ho cercato in Calabria, Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli, Genova, Pisa e Siria,
Germania e Babilonia e tutto il Maghreb:
non ci trovai una donna tanto nobile,
perciò ti ho scelta come mia sovrana.”

"Poi tanto trabagliàsti[ti], fac[c]ioti meo pregheri
che tu vadi adomàn[n]imi a mia mare e a mon peri.
Se dare mi ti degnano, menami a lo mosteri,
e sposami davanti da la jente;
e poi farò le tue comannamente."

“Visto che hai faticato tanto, ti faccio una preghiera,
che tu vada domani da mia madre e mio padre.
Se riterranno di darmi a te, portami in chiesa,
e sposami di fronte a tutti:
e poi farò quello che vuoi.”

"Di ciò che dici, vìtama, neiente non ti bale,
ca de le tuo parabole fatto n'ho ponti e scale.
Penne penzasti met[t]ere, sonti cadute l'ale;
e dato t'ajo la bolta sot[t]ana.
Dunque, se po[t]i, tèniti villana."

“Di ciò che dici, vita mia, niente ti vale,
perché delle tue parole me ne infischio.
Pensasti di mettere le penne, ti son cadute le ali;
e ti ho dato un bel colpo.
Dunque, se puoi, continua ad essere villana.”

"En paura non met[t]ermi di nullo manganiello:
istòmi 'n esta grorïa d'esto forte castiello;
prezzo le tue parabole meno che d'un zitello.
Se tu no levi e va'tine di quaci,
se tu ci fosse morto, ben mi chiaci. "

“Non mi fai paura con i tuoi colpi:
sto in questa gloria di questo forte castello;
considero le tue parole meno di quelle di un bambino.
Se non ti muovi e te ne vai di qua,
ben mi piacerebbe che tu fossi morto.”

"Dunque vor[r]esti, vìtama, ca per te fosse strutto?
Se morto essere déb[b]oci od intagliato tut[t]o,
di quaci non mi mòs[s]era se non ai' de lo frutto
lo quale stäo ne lo tuo jardino:
disïolo la sera e lo matino."

“Dunque vorresti, vita mia, che io per te fossi distrutto?
Se anche dovessi esser morto o tutto sfregiato,
di qua non me ne andrei se non ho il frutto
che sta nel tuo giardino:
io lo desidero dalla sera alla mattina.”

"Di quel frutto non àb[b]ero conti né cabalieri;
molto lo disïa[ro]no marchesi e justizieri,
avere no'nde pòttero: gìro'nde molto feri.
Intendi bene ciò che bol[io] dire?
Men'este di mill'onze lo tuo abere."

“Quel frutto non l’ebbero conti né cavalieri;
molto lo desiderarono marchesi e giudici,
ma non lo poterono avere: se ne andarono molto scornati.
Capisci bene quel che voglio dire?
Ciò che tu hai è meno di mille once.”

"Molti so' li garofani, ma non che salma 'nd'ài:
bella, non dispregiàremi s'avanti non m'assai.
Se vento è in proda e gìrasi e giungeti a le prai,
arimembrare t'ao [e]ste parole,
ca de[n]tr'a 'sta animella assai mi dole."

“Molti sono i chiodi di garofano, ma non da fare un gran peso: / bella, non disprezzarmi se prima non provi.
Se il vento è sfavorevole e cambia direzione e ti raggiungo sulla spiaggia / ti ricorderò queste parole,
perché dentro a queste animelle molto mi duole.”

"Macara se dolés[s]eti che cadesse angosciato:
la gente ci cor[r]es[s]oro da traverso e da llato;
tut[t]'a meve dicessono: 'Acor[r]i esto malnato'!
Non ti degnara porgere la mano
per quanto avere ha 'l papa e lo soldano."

“Magari ti dolessi da cadere angosciato:
la gente correrebbe da tutte le parti;
tutti mi direbbero: “Soccorri questo sventurato!”
Non ti porgerei la mano
per tutte le ricchezze del papa e del sultano.”

"Deo lo volesse, vitama, te fosse morto in casa!
L'arma n'anderia cònsola, ca dì e notte pantasa.
La jente ti chiamàrano: 'Oi perjura malvasa,
c'ha' morto l'omo in càsata, traìta!'
Sanz'on[n]i colpo lèvimi la vita."

“Dio lo volesse, vita mia, che io morissi in casa tua!
L’anima ne sarebbe consolata, perché delira notte e giorno.
La gente ti direbbe: “O spergiura malvagia,
perché hai ucciso l’uomo in casa, traditrice!”
Senza alcun colpo mi togli la vita.”

"Se tu no levi e va'tine co la maladizione,
li frati miei ti trovano dentro chissa magione.
[...] be×llo mi sof[f ]ero pèrdici la persone,
ca meve se' venuto a sormonare;
parente néd amico non t'ha aitare."

“Se tu non ti levi e non te ne vai con la maledizione,
i miei fratelli ti trovano dentro questa casa.
Che tu possa perdere la vita,
perché mi sei venuto a importunare;
nessun parente o amico ti potrà aiutare”.

"A meve non aìtano amici né parenti:
istrani' mi so', càrama, enfra esta bona jente.
Or fa un anno, vìtama, che 'ntrata mi se' ['n] mente.
Di canno ti vististi lo maiuto,
bella, da quello jorno so' feruto."

“Non mi aiutano né amici né parenti:
io sono straniero, cara mia, tra questa buona gente.
Ora è un anno, vita mia, che mi sei entrata nella mente.
Da quando t’ho vista vestita di saio,
bella, da quel giorno sono innamorato.”

"Di tanno 'namoràstiti, [tu] Iuda lo traìto,
como se fosse porpore, iscarlato o sciamito?
S'a le Va[n]gele jùrimi che mi sï' a marito,
avere me non pòter'a esto monno:
avanti in mare [j]ìt[t]omi al perfonno."

“Tanto ti se innamorato, tu Giuda traditore,
come se io fossi porpora o velluto scarlatto?
Anche se sul Vangelo mi giuri che mi vuoi sposare,
non mi potrai avere in questo mondo:
prima mi butterei nel profondo del mare.”

"Se tu nel mare gìt[t]iti, donna cortese e fina,
dereto mi ti mìsera per tut[t]a la marina,
[e da] poi c'anegàs[s]eti, trobàrati a la rena
solo per questa cosa adimpretare:
conteco m'ajo a[g]giungere a pec[c]are."

“Se tu ti getti nel mare, donna nobile e fine,
ti andrei dietro in tutto il mare,
e dopo che sei annegata ti porterei a riva
solo per fare questa cosa:
con te voglio congiungermi per peccare.”

"Segnomi in Patre e 'n Filïo ed i[n] santo Mat[t]eo:
so ca non se' tu retico [o] figlio di giudeo,
e cotale parabole non udi' dire anch'eo.
Morta si [è] la femina a lo 'ntutto,
pèrdeci lo saboro e lo disdotto."

“Mi segno nel nome del Padre, del Figlio e di San Matteo:
so che non sei eretico o figlio di giudeo,
e queste parole non le ho sentite dire neanch’io.
Se è la femmina morta del tutto,
ci perdi il sapore e il gusto.”

"Bene lo saccio, càrama: altro non pozzo fare.
Se quisso non arcòmplimi, làssone lo cantare.
Fallo, mia donna, plàzzati, ché bene lo puoi fare.
Ancora tu non m'ami, molto t'amo,
sì m'ai preso come lo pesce a l'amo."

“Ben lo so, cara mia: altro non posso fare.
Se questo non fai per me, almeno lasciamelo cantare.
Ti piaccia farlo, donna mia, perché certo lo puoi fare.
Ancora tu non mi ami, molto io t’amo,
così mi hai preso come il pesce all’amo.”

"Sazzo che m'ami, [e] àmoti di core paladino.
Lèvati suso e vatene, tornaci a lo matino.
Se ciò che dico fàcemi, di bon cor t'amo e fino.
Quisso t'[ad]imprometto sanza faglia:
te' la mia fede che m'hai in tua baglia."

“Lo so che mi ami, e io ti amo con cuore nobile.
Alzati e vattene, torna domani mattina.
Se fai ciò che dico, ti amo di cuore buono e prezioso.
Qui ti prometto senza inganno:
hai la mia promessa che mi hai in tua balia.”

"Per zo che dici, càrama, neiente non mi movo.
Inanti pren[n]i e scànnami: tolli esto cortel novo.
Esto fatto far pòtesi inanti scalfi un uovo.
Arcompli mi' talento, [a]mica bella,
ché l'arma co lo core mi si 'nfella."

“Per ciò che dici, cara mia, non mi muovo per niente.
Prima prendi e scannami: prendi questo coltello nuovo.
Potresti farlo più presto che a scaldare un uovo.
Esaudisci il mio desiderio, amica bella,
perché l’anima con il cuore mi si rattrista.”

"Ben sazzo, l'arma dòleti, com'omo ch'ave arsura.
Esto fatto non pòtesi per null'altra misura:
se non ha' le Vangel[ï]e, che mo ti dico 'Jura',
avere me non puoi in tua podesta;
inanti pren[n]i e tagliami la testa."

“Ben lo so, l’anima ti duole, come un uomo che arde.
Questo fatto non si può compiere a nessun’altra condizione:
se non hai il Vangelo, sul quale ti dico “Giura”,
non mi puoi avere in tuo potere;
piuttosto prendi e tagliami la testa.”

"Le Vangel[ï]e, càrama? ch'io le porto in seno:
a lo mostero présile (non ci era lo patrino).
Sovr'esto libro jùroti mai non ti vegno meno.
Arcompli mi' talento in caritate,
ché l'arma me ne sta in sut[t]ilitate."

“Il Vangelo, cara mia? Io lo porto con me:
in chiesa l’ho preso (il prete non c’era).
Sopra questo libro ti giuro di non tradirti mai.
Esaudisci il mio desiderio, per carità,
perché la mia anima si sta tormentando.”

"Meo sire, poi juràstími, eo tut[t]a quanta incenno.
Sono a la tua presenz[ï]a, da voi non mi difenno.
S'eo minespreso àjoti, merzé, a voi m'arenno.
A lo letto ne gimo a la bon'ora,
ché chissa cosa n'è data in ventura."

“Mio signore, poiché me l’hai giurato, ardo tutta quanta.
Sono alla vostra mercé, da voi non mi difendo.
Se prima vi ho disprezzato, ora a voi mi arrendo.
A letto andiamo infine,
perché questa cosa ci è stata data in sorte.”

da la cripta dei cappuccini

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