Satana affligge Giobbe con piaghe maligne
Si tratta di una miniatura contenuta in un manoscritto miniato risalente al XII secolo. Il personaggio seduto sulla montagna di cenere è il biblico Giobbe. Il demone alato e incatenato alla sua sinistra soffia la pestilenza direttamente sul suo corpo, causandogli le simmetriche pustole rosse che rappresentano le terribili piaghe menzionate nel racconto biblico. Nel medaglione circolare in alto a destra è visibile la figura del profeta Elia (indicato dalla scritta "helias"). Questo prezioso documento storico è conservato presso la biblioteca dell'Università di Glasgow, University of Glasgow Library, Archives & Special Collections.
Sintesi del racconto
Il libro si apre con una specie di scommessa nel consiglio celeste: Dio elogia la straordinaria pietà, devozione e integrità di Giobbe, un uomo ricchissimo, giusto e timorato.
Satana (l'accusatore) ribatte che la fede di Giobbe è dettata solo dall'interesse per i beni e la protezione ricevuti. Dio decide allora di mettere alla prova il servo, permettendo al demonio di agire entro limiti ben precisi.
La prima prova: A Giobbe vengono tolti in un colpo solo tutti i beni materiali, il bestiame e persino i figli, morti nel crollo della loro casa. Nonostante l'immenso dolore, Giobbe non maledice Dio e pronuncia la celebre frase: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore".
La seconda prova (il momento dell'immagine): Satana insiste che un uomo è pronto a cedere se colpito direttamente nel corpo e nella salute. Dio concede un'estensione del potere a Satana, con l'unico divieto assoluto di non ucciderlo. Come recita il passo biblico, Satana esce e colpisce Giobbe con una "ulcera maligna" (pustole, piaghe e ascessi dolorosi) dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Ridotto a un reietto, Giobbe si siede in mezzo alla cenere e usa un coccio di terracotta per grattarsi le piaghe tormentate dai parassiti. Anche di fronte alla moglie che lo esorta a "maledire Dio e morire" per porre fine allo strazio, Giobbe rifiuta di peccare e risponde: "Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?".
Il racconto prosegue poi con l'arrivo di tre amici che siedono con lui in silenzio per sette giorni davanti a una sofferenza indicibile, aprendo un lungo dibattito teologico sul perché i giusti soffrano, che troverà risposta solo nell'intervento finale di Dio e nella restaurazione di tutti i beni di Giobbe.
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