Crede, signorina? Io, di ventun’anno di vita, vorrei averne dimenticati venti almeno. Del passato pochi istanti solo, perduti qua e là, mi paiono degni e questi forse perché sono lontani. Ed è proprio l’incidersi inevitabile nella mente delle cose del passato, che rende così rabbiosa la vita, per il rimorso e il rimpianto.
Dopo tante esperienze fallite, che appunto fanno solo soffrire per il ricordo, vien voglia di chiudersi gli occhi e la bocca e tacere, sparire. Non ha mai provato una sera, la vergogna, l’orrore, di aver parlato, di aver riso, di essere stata nel mondo, quel giorno?
Io comincio a credere che sia una mia mania poiché non passa notte che non soffra questo tormento. Eppure sono allegro, vado, conosco persone, parlo, lavoro, vivo insomma. Lei non crede questo?
Mi perdoni queste lettere isteriche
suo
- Lettera di Cesare Pavese a Ponina Tallone -

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