Artemisia Gentileschi - Giuditta decapita Oloferne (1612-13)
Oil on canvas - 158,8 x 125,5 cm - Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli
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« questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si
è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso
fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere. »
(Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, (a cura di) Tiziana Agnati e Francesca Torres, Edizioni Selene, Milano, 2008)
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Artemisia nel maggio 1611 venne stuprata da Agostino Tassi, pittore maestro di prospettiva, che assieme al padre Orazio Gentileschi, lavorava alla decorazione del fresco delle volte del Casino delle Muse nel Palazzo Pallavicini Rospigliosi a Roma.
Negli anni settanta del secolo scorso Artemisia, a partire dalla notorietà assunta dal processo per stupro da essa intentato, diventò un simbolo del femminismo internazionale, con numerose associazioni e circoli ad essa intitolate. Contribuirono all'affermazione di tale immagine la sua figura di donna impegnata a perseguire la propria indipendenza e la propria affermazione artistica contro le molteplici difficoltà e pregiudizi incontrati nella sua vita travagliata.
La tela appare di minori dimensioni e di diversi colori rispetto ad una seconda versione, conservata alla Galleria degli Uffizi.
Mentre questa è stata dipinta immediatamente a ridosso del processo per stupro.
Proprio per la vicinanza cronologica al processo che colpì l'aggressore, alcuni storici dell'arte hanno voluto vedere, nella scena di terribile violenza il desiderio di rivalsa rispetto allo stupro subìto.

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