Jakub Schikaneder - Poslední cesta (L'ultimo Viaggio)(ca. 1890-95)

giovedì 13 settembre 2012

"La trista malìa di Mengaroni" di Ivana Baldassarri

Ferruccio Mengaroni accanto alla sua 'Medusa' 

Ferruccio Mengaroni è stato un personaggio unico nel panorama artistico pesarese del primo ‘900: geniale, esuberante, dominatore, insofferente d'ogni regola, pronto ad ogni avventura, anarchico, trasgressivo e impetuoso, Ferruccio Mengaroni segnò la fine di una lunghissima stagione durante la quale la “ceramica” era stata la più celebrata fra le arti pesaresi.

Il 2005 segna l'occasione per un duplice anniversario: i 130 anni dalla nascita e gli 80 dalla tragica morte, avvenuta il 13 maggio 1925 nella Villa Reale di Monza durante l'allestimento della “2° Biennale d'arte ceramica”. Ferruccio Mengaroni nasce a Pesaro il 4 ottobre 1875: suo padre, ingegnere e insegnante, preoccupato dell'eccessiva vivacità di quel suo figliolo espulso da varie scuole, lo manda a lavorare nella fabbrica Molaroni. È, come spesso succede nella vita dei grandi, la svolta, la rivelazione, l'occasione che sa configurare il giusto destino. Da Molaroni si innamora perdutamente dell'arte ceramica: per dodici anni – un vero lungo apprendistato sul campo – studierà con incredibile tenacia, sviluppando creatività, fattuale inventiva, segreti tecnici, artistici e artigianali. Scrive Grazia Ugolini Biscontini: “L'istoriato o l'esotico furono per Mengaroni solo fonte di nuove ispirazioni, interpretate attraverso una tecnica portentosa e una costante volontà di superamento”.

Ferruccio Mengaroni non si sente schiavo di nessuna tradizione e di nessun localismo ceramico: vuole essere se stesso e interpretare secondo la sua natura, la sua ispirazione e la sua capacità tecnica, tutti i modelli tradizionali e non. Quando costruirà un piccolo forno a muffola nella sua casa di Via Castelfidardo (che ancora si allungava giù, fino al mare), Mengaroni si esercita in trasformazioni e in alterazioni dei fumi e dei colori che diventano nuovi e sorprendenti grazie alla combustione di ginestre, unghie di cavallo e altre materie anomale. Lui così trasgressivo e innovatore cerca di ricreare, come un vero falsario, le ceramiche del ‘400 del ‘500; e ci riesce vendendole perfino agli antiquari di Firenze.

Nel 1915, insieme ad Aristodemo Mancini, suo grande amico e proprietario della fornace di Cattabrighe, costituisce una società. Il marchio sarà una “F”, un grifone al centro e sotto “MM” per Mengaroni e Mancini. Nel 1919, alcuni pesaresi si associano alla ditta e la fabbrica si amplia fra Viale Trento e Viale Zara fino ad acquistare l'aspetto - un po' kitsch - di castello merlato del ‘500. Siamo negli anni '20; il decadentismo è in auge ed entra anche nelle consuetudini della gente e nella intellettualità. A Pesaro, per scelta di Oreste Ruggeri, genius loci bizzarro e intraprendente, fiorisce il Liberty: D'Annunzio, Guido Da Verona e Pitigrilli fanno impazzire lettrici più o meno colte; nella nuova casa-studio-laboratorio (oggi trasformato in ristorante chiamato “Il Castiglione”) Mengaroni fa cenacolo e alterna con esibizionistica, stralunata bizzarria pranzi luculliani per festeggiare “infornate” felici, con emozionanti letture del “Glauco”, opera teatrale del suo amico Ercole Luigi Morselli. Già nel 1908 aveva partecipato, dimostrando di amare anche i riti collettivi della città, al “Veglionissimo di fine Carnevale” intitolato all'Anno 2000, allestendo una splendida e variopinta mascherata di Marziani in visita sulla terra, per la quale, sua moglie che era un'ottima sarta, aveva cucito i costumi.

Fabio Tombari lo ricorda vestito “super casual”, con pantaloni larghi, stivali e con un gran cappello floscio “a pioggia sul volto pallido”, con quegli atteggiamenti originali fra lo spregiudicato e il trasgressivo che gli “attiravano più sguardi che ammirazione”. È sempre Tombari che racconta dell'assoluto divieto che Ferruccio fece a sua moglie sul battesimo dei loro figli: Fidia (che negli anni 1928 e 1929 firmava sul Corriere Adriatico critiche di spettacoli lirici) e Spiridowna (la povera bambina fu chiamata proprio così). Un divieto non rispettato dalla cattolicissima moglie, che di nascosto e in gran segreto, fece battezzare i due bambini. Dopo parecchi anni, Ferruccio venne a sapere la verità e fu veramente la fine del mondo!

Questa sua fama di anarchico mise in allarme le autorità cittadine quando nel 1923, in occasione di una sua venuta a Pesaro, il principe ereditario Umberto di Savoia fu accompagnato a visitare sia la Fabbrica Molaroni che il laboratorio ceramico di Mengaroni, giustamente considerati fiori all'occhiello della città. Temevano le autorità in qualche intemperanza dell'artista nei confronti del principe: grande spiegamento di forze in divisa e in borghese, ma poi tutto filò liscio. Mengaroni fu gentile e ospitale: anche lui, forse, sedotto come tutti i pesaresi dal regale aplomb del Principe di Piemonte.

Il mio nonno materno, che era mugnaio e per nulla intellettuale, andava spesso nel castello-fucina di Mengaroni ad assistere, un po' per amicizia, un po' per curiosità, al solitario lavoro di Ferruccio. “E' proprio strano quel Ferruccio – confidava poi alla nonna – in questi giorni non fa altro che delle gran smorfie davanti ad uno specchio, poi disegna la sua faccia contorta in grandi fogli assieme ad un groviglio di serpenti!”. Stava nascendo la sua splendida e infausta Medusa. Poi un giorno il grande specchio si ruppe e tutti gli amici superstiziosi cominciarono a dissuadere il ceramista dal continuare quell'opera grandiosa e spaventevole. Ma Ferruccio con grandi risate e feroci sfottò, continuò imperterrito l'imponente e anguicrinita “immagine che modellava qualcosa di sé”.

Ormai la fantasia di Ferruccio Mengaroni aveva prodotto, fra colte citazioni e sfrenata invenzione visionaria, “un fiume di forme e di colori, oltre 2.000 modelli nel 1924 e 120 tipi di decorazioni - scrive ancora Maria Grazia Ugolini Biscontini -, quasi una sfida a quanti l'avevano preceduto e che limitavano le loro decorazioni solo nell'ambito del vaso o del piatto da parata”. Nei momenti di pausa realizza anche una serie di piccoli “gioielli” dipingendo sulla maiolica profili rinascimentali, che incastona nell'argento e destina a spille. Vuole mostrarsi creatore, modellando a tutto tondo animali rivestiti di fantastici smalti colorati, fra cui il gigantesco Pesce San Pietro e il famoso Granchio marino ora al Castello Sforzesco di Milano.

La sua tragica morte, avvenuta a Monza il 13 maggio 1925 sotto il peso della sua terribile Medusa (cadutagli addosso durante l'allestimento della mostra che avrebbe consacrato la sua celebrità), è forse l'unico fatto che in tutti questi 80 anni ha resistito nell'immaginario collettivo: morte quasi annunciata da mitiche superstizioni, morte tragica e istantanea come quella degli dei e degli eroi. Della sua genialità, della sua indomabile fantasia, della sua estrosa originalità, pochi ormai ne parlano, neppure fra gli addetti ai lavori.

Nel primo anniversario della sua morte (1926) lo storiografo Gaetano Ballardini, direttore della Regia Scuola di Ceramica di Faenza, tenne al Teatro Rossini di Pesaro “dinanzi ad una vasta, turbata folle plaudente”, un lungo discorso commemorativo, poi pubblicato nel 1929 a Faenza con la prefazione di Luigi Serra, della Direzione Generale delle Belle Arti. Ed è proprio con le parole di Serra che mi piace stimolare, dopo quasi 80 anni, il ricordo del grande artista pesarese: “… Ricompose con mirabile espansione lirica, in una colorazione smagliante, di tra un balenio di immagini corrusche, un lembo d'arte e di vita, in cui il passato e il presente, le memorie e le glorie, le voci dell'arte e della natura e della storia si fondevano in un'immensa sinfonia”. La sua infausta e splendida Medusa che ancora oggi domina e troneggia nell'ingresso dei Musei Civici di Palazzo Toschi Mosca, pare che non riesca a richiamare né studi scientifici e particolareggiati su Mengaroni, né far affiorare notizie biografiche certe e dettagliate, né comporre cataloghi ragionati ed esaurienti della sua opera. Forse è la sua trista malia che continua ancora.


da lospecchiodellacitta

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