Questo intarsio marmoreo si trova a S.Maria in Trastevere nella prima cappella entrando a destra e questa sembra sia la sua tragica storia che iniziò in via della Lungaretta e si concluse in S. Maria in
Trastevere.
Al numero 43 di quella strada alla fine del Settecento, abitava un mercante
molto ricco che aveva un figli sui 22 anni: Cesaretto. Cesaretto era uno scapestrato, sempre all'osteria a bere e a lanciare i dadi, o in casa
di qualche prostituta. Rissoso, usava il coltello come pochi.
Il vero movente
all’origine di quella furiosa rissa con Nino, il suo migliore amico, non si conobbe mai. Donne? Debiti di gioco? Sta di fatto che l’oscura faccenda suscitò un violentissimo duello che ebbe luogo dietro l’Ospizio dei Genovesi. Qui Cesaretto dopo un ultriore alterco estrasse il coltello e infilò sei pollici di lama affilata, nello stomaco dell'amico. Nino restò in
piedi un momento, appoggiando la schiena al muro, e guardò fisso, con gli occhi
sbarrati l’avversario, senza una parola, senza un lamento. Poi lentamente si
accasciò in una pozza di sangue. Cesaretto fuggì e pagando dei contrabbandieri, passò al sud, nel Regno
dei Borbone.
Fu nel suo esilio che dette i primi segni della sua ossessione disegnando occhi dove
capitava, incidendoli con la punta del coltello sui tronchi o disegnandoli col
carbone sui muri.
Passarono anni fino al mattino di novembre freddo e piovoso che vide Cesaretto tornare a Roma. Sicuramente non
era più il Cesaretto che aveva lasciato la città fuggendo. Camminava curvo,
aveva gli occhi infossati, e malgrado fosse sui trentacinque pareva un vecchio:
stempiato, i pochi capelli precocemente ingrigiti. Soprattutto chi lo ricordava
arrogante, borioso e violento, ora lo vedeva spento e timoroso, come tormentato
da qualche fantasma. Aveva gli occhi infossati e lo sguardo allucinato, un
continuo leggero tremito gli scuoteva le mani. I marinai del battello su cui
aveva viaggiato, raccontarono strani episodi. A volte durante la navigazione
essi avevano pescato grossi pesci con grandi occhi rotondi. Lui urlava che
togliessero quei pesci dalla sua vista perché lo guardavano e lo facevano
impazzire. Altre volte era salito sul ponte della nave durante la notte, e
urlava ai demoni che lo tormentavano di tornare tra le onde e di lasciarlo in
pace.
Continuava a vedere occhi che lo scrutavano.
La madre soffriva le pene dell’inferno nel vederlo ridotto in quello
stato e lo esortava, anzi lo spingeva in ogni modo a rivolgersi a don
Sebastiano, viceparroco di S. Maria, un prete di cui quella donna aveva
grandissima stima. Cesaretto era caparbiamente contrario a quell’incontro.
Quando i fratelli minacciarono di portarlo fin là con la forza si chiuse e
digiunò per tre giorni. Finché un giorno accadde qualcosa di molto diverso. Una
mattina vedendo sua madre piangere disperata Cesaretto si scosse, parve prendere
una decisione, sembrò tornare ad essere quello di un tempo, risoluto ed
energico, ma aveva un’espressione disperata e così cupa da impressionare. Si
vestì con gli abiti della festa uscì e prese via della Lungaretta verso piazza
S. Maria in Trastevere. Camminava come un automa ed era pallido come un morto ma
si diresse decisamente verso la chiesa, esitò un attimo sotto il portico e si
appoggiò al muro, infine entrò. Ma non si diresse verso la sagrestia dove poteva
trovare don Sebastiano. No. Si diresse verso la prima cappella della navata
destra che allora aveva la cancellata aperta. Entrò e si pose davanti alla
perete a destra entrando, e a bassa voce disse: "Basta, ti chiedo perdono,
lasciami in pace" poi si mise una mano alla gola, e l’altra al petto, pareva non
riuscisse più a respirare. Divenne bianco come uno straccio e stramazzò a terra.
da: rockemetal
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