Ma davvero nel palazzo della politica l’alternativa da incubo è tra Berlusconi o Draghi Presidente della Repubblica?
Sul primo c’è poco da discutere, visto che è chiaro a tutti il paradosso di una candidatura di facciata che nasconde accordi sottobanco. La questione vera è legata a Draghi.
La sua salita al Colle sarebbe una vera jattura per gli assetti democratici del paese.
Il tanto criticato D’Alema, nel suo intervento di qualche giorno fa, lo ha ricordato efficacemente: “L’idea che il premier si autoelegge capo dello Stato e nomina un altro funzionario del Ministero del Tesoro al suo posto mi sembra una prospettiva non adeguata a un grande paese democratico come l’Italia”.
E invece la prospettiva è saldamente in campo. Il premier dalla maggioranza parlamentare più ampia della storia repubblicana, mai votato e mai voluto, se non nelle redazioni dei giornali e nei salotti delle elites, è arrivato a Palazzo Chigi dopo un operazione che ha esautorato la politica come corpo intermedio nel processo decisionale.
Ed è per questo che Supermario gode di una immunità mediatica straordinaria che gli evita qualsiasi addebito: in pochi mesi ha letteralmente colpito le finanze degli italiani attraverso una politica economica che ha continuamente contratto i diritti e le opportunità verso il mondo del lavoro e al contempo ha elargito regali a profusione verso il mondo di Confindustria, brandendo lo strumento dell’austerità senza nominarla mai direttamente.
Il suo governo, fiuori dalla propaganda sui media, non ha opposto nessuna misura straordinaria alla spirale in crescita dei prezzi internazionali delle materie prime; ha regolato le delocalizzazioni invece di ostacolarle, ha tolto i limti agli stipendi dei supermanager della pubblica amministrazione, ha schierato l’Italia nel fronte pro-nucleare all’interno della discussione europea, ha spostato i soldi delle bonifiche dell’Ex Ilva sequestrati ai Riva ai progetti di sviluppo della nuova proprietà. Senza parlare della gestione della pandemia, con una serie di decreti a raffica che si smentiscono tra loro.
Nessun diritto sociale dal suo governo ne è uscito rafforzato, anzi.
Ora la sua ombra si staglia sul Quirinale ma c’è una questione di decoro istituzionale che, in maniera diversa dal caso Berlusconi, è ugualmente inconcepibile: un Presidente del Consiglio che non è mai passato per nessuna elezione nella sua carriera pubblica non può diventare Presidente della Repubblica. Significherebbe azzerare il ruolo della politica e dei partiti definitivamente a favore delle elites senza più alcun camuffamento.
Draghi non perde occasione per rimarcare la sua insofferenza alla mediazione e alla costruzione di una linea politica, dove l’interlocuzione è ridotta a esercizio scolastico in favore del “fare”.
Un uomo così non può proiettarsi verso la presidenza della Repubblica, ha già cumulato un potere eccessivo e sbilanciato per consentirgli di andare al Colle, dove renderebbe operativa la Repubblica Presidenziale in sfregio alla Costituzione e agli italiani.
da: kulturjam.it
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