Per molti anni Dorian Gray non poté liberarsi dall'influenza di quel libro, e forse sarebbe più giusto dire che non cercò mai di liberarsene. Fece venire da Parigi non meno di nove esemplari non rilegati della prima edizione e li fece rilegare in colori diversi, così che potessero accordarsi con i suoi vari stati d'animo e con le mutevoli fantasie di una natura sulla quale, a volte, sembrava che lui stesso avesse perso ogni controllo.
L'eroe, quel meraviglioso giovane parigino nel quale il temperamento romantico e quello scientifico erano così stranamente mischiati, diventò per lui quasi una prefigurazione di se stesso; e davvero il libro gli sembrava che contenesse la storia della sua vita scritta prima che lui l'avesse vissuta.
In un punto però egli era più fortunato del fantastico eroe di quel romanzo. Egli non conobbe mai, anzi, non ebbe mai motivo di conoscere, quel terrore un po' grottesco degli specchi, delle superfici metalliche lucide, delle acque immobili, dal quale il giovane parigino fu colto tanto presto nella sua vita, dovuto all'improvviso disfacimento di una bellezza che un tempo, a quanto pare, era stata eccezionale. Con una gioia quasi crudele- e forse un po' di crudeltà entra in quasi tutte le gioie, come entra sicuramente in ogni piacere - leggeva l'ultima parte del libro, con la sua descrizione davvero tragica, anche se un po' troppo accentuata, dell'angoscia e della disperazione di un uomo che aveva perso quello che, negli altri e nel mondo, aveva apprezzato di più.
Dato che quella bellezza meravigliosa, che aveva tanto affascinato Basil Hallward e molti altri con lui, sembrava non dovesse mai abbandonarlo. Nemmeno quelli che avevano sentito dire le cose più gravi sul suo conto, poiché ogni tanto si diffondevano per Londra strane voci sul suo modo di vivere e diventavano l'argomento dei pettegolezzi dei circoli, potevano credere di lui, quando lo vedevano, niente di disonorante.
Aveva sempre l'aspetto di chi è riuscito a conservarsi immune da qualunque sporcizia del mondo. Uomini che usavano un linguaggio scurrile stavano zitti, non appena Dorian Gray entrava nella stanza; nel suo volto c'era un che di puro che ai loro occhi sembrava come un rimprovero. La sua presenza era sufficiente a rievocare in loro il ricordo dell'innocenza che avevano macchiato, ed essi si meravigliavano che un essere pieno di fascino e di grazia come lui fosse riuscito a sottrarsi all'impronta di un'età che era insieme sordida e sensuale.
Spesso, tornando a casa da una di quelle sue misteriose e prolungate assenze che facevano nascere tante strane congetture tra quelli che erano o credevano di essere suoi amici, saliva nella stanza chiusa al piano superiore, apriva la porta con la chiave dalla quale non si separava mai e si sistemava, con uno specchio, di fronte al ritratto dipinto da Basil Hallward, guardando ora la faccia cattiva e invecchiata sulla tela, ora il bel volto giovanile che gli sorrideva dal vetro pulito.
L'intensità stessa del contrasto sembrava acuire in lui la sensazione voluttuosa. Di giorno in giorno crescevano in lui di pari passo l'amore per la propria bellezza e l'interessamento alla corruzione della propria anima. Esaminava le linee ripugnanti che solcavano quella fronte rugosa o che circondavano quella pesante bocca sensuale con una cura minuziosa e a volte con una voluttà mostruosa e terribile, chiedendosi a volte se fossero più orribili le impronte dell'età oppure quelle del peccato. Metteva le mani bianche vicino a quelle ruvide e gonfie del ritratto e sorrideva.
Derideva quel corpo deformato e quelle membra infiacchite.
Di notte, quando giaceva insonne nella sua camera delicatamente profumata o nella lurida stanza di qualche taverna malfamata del porto che era solito frequentare sotto falso nome e travestito, c'erano momenti nei quali gli capitava di pensare alla rovina che aveva attirato sulla sua anima, con una compassione tanto più acuta in quanto era squisitamente egoistica; ma quei momenti erano rari. Pareva che quella curiosità della vita che Lord Henry aveva risvegliato in lui per la prima volta quando si erano seduti insieme nel giardino del loro amico, tanto più aumentasse quanto più era appagata. Più sapeva e più desiderava sapere; più soddisfaceva i suoi folli appetiti e più questi diventavano famelici.
Peraltro non aveva abbandonato ogni riguardo, almeno nei suoi rapporti con la società. Un paio di volte al mese durante l'inverno e ogni mercoledì sera durante la "season" londinese era solito aprire la sua bella casa al mondo elegante e faceva venire i più celebri musicisti del momento a deliziare i suoi ospiti con le meraviglie della loro arte. I suoi pranzi, nel preparare i quali era costantemente assistito da Lord Henry, erano famosi sia per la cura nella scelta e nel collocamento degli invitati sia per il gusto squisito dimostrato nella decorazione della tavola, con la disposizione raffinata di fiori esotici, di tovaglierie ricamate, e di posateria antica d'oro e d'argento. Anzi non erano pochi, specialmente tra i giovanissimi, quelli che vedevano o che si immaginavano di vedere in Dorian Gray la vera personificazione di un tipo che avevano sognato più volte durante gli anni di Eton e di Oxford, un tipo che doveva riunire la vera cultura dell'erudito con tutta la grazia, la distinzione e la perfezione di modi, tipiche del cosmopolita. Sembrava loro che lui appartenesse alla compagnia di quelli dei quali Dante dice che avevano cercato di rendersi perfetti mediante il culto della bellezza: era, come il Gautier, uno per il quale "il mondo visibile esisteva".
Per lui, certo, la vita in se stessa era la prima e la più grande delle arti, per la quale tutte le altre arti sembravano costituire solo una preparazione. La moda, che rende universale per un momento quello che in realtà è fantastico, e l'eleganza del vestire e dei modi, che è, nel suo genere, un tentativo di affermare l'assoluta modernità della bellezza, avevano naturalmente un fascino per lui.
Il suo modo di vestire e lo stile particolare che adottava ogni tanto esercitavano una spiccata influenza sui giovani raffinati dei balli di Mayfair e dei circoli di Pall Mall. Lo imitavano in tutto quello che faceva e si sforzavano di riprodurre il fascino casuale delle sue graziose frivolezze, che lui, peraltro, non prendeva interamente sul serio.
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