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mercoledì 8 dicembre 2021

Judy Chicago - MUM, Museo delle Mestruazioni





Judy Chicago - Red Flag, Photolithograph (1971)

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riporto un\ interessante articolo sulle mestruazioni tratto da \"alias\" (supplemento del manifesto) n. 26 del 28 giugno 2003 e l'intervista apparsa sullo stesso numero a harry finley, il "creatore" del mum (museum of menstruation). un luogo che celebra la donna, in uno dei suoi aspetti più tabù.

PROFONDO ROSSO (Viaggio nella scomoda storia del corpo femminile)

Il dono del sangue
di Raffaella Malaguti

C’è una storia antica quanto il genere umano, oggi popolata da donne in paracadute e foulard di seta, che quasi nessuno ha raccontato o vuole raccontare, per cui esistono poche pubblicazioni, per lo più straniere, e nessuna associazione reduci: la storia delle mestruazioni.

Oggetto di mille tabù e imbarazzi vecchi come il mondo, soprattutto in un paese cattolico e religioso come l’Italia, la mestruazione è oggi, grazie ad assorbenti e tamponi sempre più sottili, anatomici e tecnologici, più pubblica e molto meno “scomoda” e ingombrante. Ma l’alta tecnologia assorbente la ha anche ricacciata in una nuova invisibilità, questa volta asettica. Meno si vede e meglio è, ci dicono.

Nonostante la sua enorme importanza nella vita del nostro pianeta e la sua rivalutazione ad opera del femminismo, la mestruazione ha acquisito la dignità di avere un museo a lei dedicato solo di recente; non all’apice del movimento femminista ma durante i revisionisti anni novanta. E grazie ad un uomo: lo statunitense Harry Finley, che nell’agosto 1994 ha aperto nel seminterrato della sua villetta nel Maryland il MUM (Museum of Menstruation), da qualche anno solo sul web con un ricchissimo sito in attesa di trovare una casa permanente (www.mum.org).

Miniera di foto e informazioni storiche, culturali, artistiche e mediche, il MUM è anche un forum e “luogo” di ritrovo per donne (e qualche sporadico uomo) di tutto il mondo. Il suo archivio, ampliato continuamente grazie a contributi di donne e specialisti di ogni dove (ci sono persino disegni giapponesi di pezze e cinture di inizio ‘900) e all’instancabile Finley, vanta una collezione di migliaia di pubblicità e foglietti illustrativi di assorbenti e tamponi dall’inizio del secolo ad oggi, tutti visibili sul web.

Da non perdere il percorso attraverso l’evoluzione di design e composizione di assorbenti e tamponi, capitolo della storia femminile veramente e inspiegabilmente trascurato in Italia, anche dalle femministe.

Al MUM si scopre che ad inventare l’assorbente interno con applicatore fu un uomo: il dottor Earle Haas di Denver, Colorado, nel 1933, ma a credere in lui fu una donna, Gertrude Tenderich, che fondò la Tampax inizialmente producendo i tamponi a casa sua. L’ o.b. (dal tedesco ohne Binde, senza pannolino), oggi di proprietà di Johnson & Johnson, fu invece brevettato da una ginecologa tedesca.

Ma tamponi e assorbenti esterni usa e getta esistevano già prima dell’invenzione di Haas, usati soprattutto da attrici e ballerine, per lungo tempo le vere e uniche innovatrici del settore. Secondo Finley, i primi ad essere commercializzati con qualche successo furono quelli della Kotex nei primi anni venti, “inventati” sulla base dell’esperienza delle infermiere americane durante la prima guerra mondiale che usavano bende di cellulosa e cotone. La ditta tedesca Hartmann aveva già provato a commercializzare assorbenti nel 1890, ma senza successo.

Curiosando si scopre che la prima donna in carne ed ossa a pubblicizzare un assorbente fu Lee Miller, la celebre fotografa e compagna di Man Ray, con un lavoro da modella nel 1928 (era però inconsapevole del prodotto da pubblicizzare) poco prima di partire per l’Europa e incontrare Man Ray. L’artista americano le fu presentato proprio dal fotografo che l’aveva immortalata.

Tra i numerosi link suggeriti dal MUM si trova il sito delle radicali “Bloodsisters”, attivissime anche se non scientifiche promotrici dell’assorbente lavabile e riciclabile fai da te a sostegno dell’ambiente. “Be a rad, make a pad” (sii radicale, costruisciti l’assorbente), incitano le Bloodsisters, ricordando che ogni donna consuma una media di 11,000 tamponi o assorbenti nella sua vita (moltiplicate per qualche miliardo e immaginate).

Il MUM riempie un vuoto che in Italia ancora esiste. Una ricerca nel database della Biblioteca Nazionale di Roma o delle biblioteche italiane rivela solo una manciata di titoli sulle mestruazioni ma niente su storia culturale e “tecniche assorbenti”. I portali web italiani contengono poco più di consigli e dibattiti sui dolori mestruali mentre la Biblioteca Nazionale delle Donne di Bologna vanta solo libri su psicologia e mestruazioni, femminismo o il simbolismo del ciclo mestruale -- in maggioranza scritti da straniere -- e prontuari sulla salute femminile. L’unico saggio sulla storia culturale del mestruo nella professione medica, emerso dopo molte ricerche, si trova nel libro “Corpi” (Saggi Marsilio: 2000, curato da Claudia Pancino).

E invece la storia di come in Italia si è pubblicizzato e affrontato il “segreto che milioni di donne hanno in comune”, come recitava nel 1957 una delle prime pubblicità italiane della Tampax, rivelerebbe molto sulle italiane pruderie, abitudini, oppressioni e liberazioni.

Alla Fater -- leader del mercato in Italia in joint venture con la Procter & Gamble e produttrice di Tampax e Lines – giurano che il primo assorbente usa e getta a essere lanciato sul mercato allargato fu il Lines Lady nel 1965, agli albori della rivoluzione sessuale e molto in ritardo rispetto agli Stati Uniti. Per pubblicizzarlo bisognava fare lo slalom tra valanghe di pudichi divieti. Ad esempio, gli spot non si potevano mandare in onda nel prime time televisivo.

Come rivela la pubblicità Tampax del 1957, i tamponi usa e getta in Italia esistevano già ben prima del lancio dei Lines Lady, ma pochissime donne li conoscevano e venivano venduti “discretamente” solo via posta o in farmacia. Le mamme ricordano che si diceva li usassero solo le “poco di buono”, forse perché nell’Italia di allora una donna che si toccava lì non era ben vista o perché si pensava, a torto, che le ragazze vergini non potessero usarli.

Nonne e prozie raccontano invece che prima dell’innegabile liberazione portata dai moderni assorbenti le donne usavano le laboriose, ma ambientaliste, “pezze”. Le pezze venivano piegate e fissate ad un elastico in cintura tramite spille da balia ed erano faticosissime da lavare. Nelle campagne emiliane si usava metterle tutte a bagno in un catino di acqua fredda. Poi si insaponavano, si mettevano l’una sull’altra in un mastello di legno e si coprivano con una tela ricoperta a sua volta di cenere, il detersivo di allora. Il tutto veniva annaffiato con acqua bollente, lasciato a bagno una notte e steso al sole.

Una di queste pezze con tanto di iniziali della proprietaria, una contessa, si può vedere sul sito del MUM, per ora unico contributo italiano alla collezione.

Per le appassionate di storia antica, il MUM offre spunti su usi e costumi di secoli addietro fino addirittura all’antico Egitto. Ma purtroppo, la storia l’ hanno scritta gli uomini e non è facile trovare indizi chiari. Un’interessante teoria confermata da qualche nonna italiana e da studi inglesi e tedeschi sostiene che probabilmente nelle campagne e a volte in città le donne non usassero nessuna protezione, lasciando scorrere il sangue o sanguinando nella biancheria. La cosa può sembrare strana, ma bisogna ricordare che anche solo all’inizio del secolo scorso le donne avevano il ciclo meno frequentemente di oggi, causa il maggior numero di figli e l’alimentazione spesso scarsa.

Le parole per non dirlo

Dagli arcaici “fiori”, “purghe” e “marchese” al pubblicitario “quei giorni”, dall’ospedaliero “sono indisposta” all’intimista “le mie cose”, i termini usati per nascondere “l’imbarazzo” non mancano né sono mai mancati. D’altronde, basta la parola “mestruazioni” pronunciata con un tono di voce normale per far sobbalzare chi vi ascolta, provare per credere.

L’imbarazzo è vecchio come il mondo, come racconta Claudia Pancino, professoressa di Storia economica e sociale dell’età moderna all’Università di Bologna, nel saggio “Marchese, fiori, mestruo” (in “Corpi”, Saggi Marsilio: 2000). La Pancino traccia una breve storia delle credenze mediche intorno alle mestruazioni partendo da Plinio e dai celebri versetti del Levitico (nel Vecchio Testamento) dove si definisce la donna con il mestruo “immonda” e capace di contagiare di “immondezza” chiunque la tocchi.

Il primo mutamento di rotta avviene alla fine del Cinquecento per mano del medico romano Scipione Mercurio, che si prodiga per spiegarne la naturalezza e normalità. “Le donne con i mestrui ritenuti divennero barbute e orride, sicchè i mestrui sono molti utili, molto necessari e molto onorati,” sottolinea Mercurio nel saggio “La Comare”.

Bisognerà però aspettare fino al secolo dei Lumi per vedere la scienza “sottrarre al mondo degli interdetti e della vergogna il ‘mistero’ delle mestruazioni”. Il primo trattato scientifico a donare dignità monografica alle mestruazioni viene scritto dal medico Andrea Pasta nel 1757: “Dissertazione sopra i mestrui delle donne”.

Ma l’ambiguità e l’imbarazzo intorno alle mestruazioni continua in qualche modo fino ai nostri tempi liberati.

Secondo l’autrice, nonostante oggi le mestruazioni siano visibili, pubblicizzate, non stigmatizzate e se ne parli con naturalezza nei giornali femminili, “la visibilità del messaggio è contraddetta dal suo contenuto, che è l’invisibilità. Se ne parla in televisione per dire che non c’è, o almeno non si vede…perché il sangue mestruale è ancora considerato pericoloso, sporco, terribilmente visibile e vincolante.” Il pubblicitario liquidino azzurro che ci dimostra l’efficacia di un assorbente, le corse sulla spiaggia in pantaloni bianchi e le ragazzine che giocano a pallavolo in “quei giorni” ne sono testimoni !

Un breve viaggio intorno al globo non rivela maggiore chiarezza. Basta dare un’occhiata alla pletora di termini da tutto il mondo presenti sul sito del MUM come il fantasioso “surfing the crimson wave” (fare il surf sull’onda rossa) usato nei college americani, il familiare “Aunt Martha” (zia Marta) anglosassone, il creativo “I’ve got the painters in” (ho gli imbianchini in casa) diffuso in Australia e Regno Unito, il poetico “i miei momenti del mese” del Belgio, il marziano “o visitante” (il visitatore) brasiliano o il politicizzato “Primo Maggio” usato nella Repubblica Ceca.

Sangue del mio sangue: intorno all’arte

Dall’artista femminista americana Judy Chicago, che ha donato il suo quadro mestruale “Red Flag” (1971) al MUM (il quadro rappresenta in primo piano una vagina da cui una donna rimuove un tampone insanguinato) alla britannica Tracey Emin, sono molte le artiste che hanno rotto il silenzio e fieramente esposto le loro e le nostre mestruazioni.

Ha fatto il giro del mondo l’installazione della Emin “My Bed” (1998) -- il suo letto disfatto corredato di preservativi, contraccettivi e mutandine macchiate di sangue. L’opera ebbe grande eco in Gran Bretagna e l’artista venne anche nominata per il Turner Prize, ma non lo vinse. Il letto però lo comprò Charles Saatchi a peso d’oro.

Anche l’artista Carole Schneemann, che ha molto lavorato su corpo, sessualità e genere, ha dato spazio alle mestruazioni. Fra i suoi lavori la performance “Fresh Blood: a Dream Morphology” basato su un sogno mestruale che esaminava, per dirla con le parole dell’artista “i nostri tabù più viscerali”.

La giovane e sconosciuta neozelandese Ria Lee gioca invece con borghesia e decoro nella sua serie “Disastri”. Una bambola vestita da ballerina balla in posa plastica il “Lago dei Cigni”, ma la “catastrofe” ha colpito e il bianco tutù è sporco di rosso. “Il mio lavoro è una reazione alla assurda ambiguità che circonda le pubblicità dei prodotti sanitari femminili,” dice sul sito del MUM la Lee, la cui serie comprende anche “Disastro in piscina” e “Sei in ritardo questo mese ? I pantaloni bianchi te le fanno venire”.

Alcune artiste si scagliano contro il tabù in maniera viscerale: dipingendo con il loro sangue mestruale. Tamara Wyndham fa “stampe” della sua vulva usando il sangue mestruale. La statunitense Vanessa Tiegs dipinge con tratti sinuosi, lucidando poi il sangue con l’acrilico per creare immagini astratte, quasi floreali. “Dipingo con il mio sangue mestruale per presentare delle belle immagini delle mestruazioni…per rompere il tabù che (le) circonda e per presentare dei bei lavori su questo lato della sessualità femminile poco rispettato e scisso,” dice la Tiegs sul suo sito internet, dove si trova anche il link per accedere alla sua comunità di “pittrici mestruali” online (www.livejournal.com/community/blood_art).

Una vulva-pittrice ante-litteram fu la giapponese Shigeko Kubota con la sua performance di vulva-pittura fatta alla Perpetual Fluxusfest di New York nel 1965.

Sai cosa indossi ?

Sono circa 16 milioni e 800 mila le donne in età mestruale in Italia (cioè tra i 12 e i 54 anni) e rappresentano un mercato che vale circa 380 milioni di euro. Eppure la maggioranza di loro non sa cosa indossa e forse non se lo è mai chiesto.

La legge non obbliga le aziende produttrici a elencare sulla confezione i materiali usati, che non devono neppure essere preventivamente approvati dal Ministero della Salute, visto che non sono considerati presidi medici per via del fatto che i principali componenti come cotone e rayon sono in uso da molti anni e ritenuti di provata sicurezza.

I test di controllo sono quindi condotti solo dalle aziende stesse in fase di sviluppo dei prodotti. “Le materie prime sono di utilizzo comune da tanto tempo, di testata sicurezza e non possono riservare sorprese,” dicono alla Fater, in joint venture con la Procter & Gamble la più grande azienda italiana del settore con i marchi Tampax e Lines. “In più i sistemi produttivi della nostra azienda sono certificati dal sistema di qualità ISO 9001 che previene difetti di fabbricazione e contaminazioni”.

La telefonata all’azienda svela parzialmente anche l’arcano: i tamponi sono fatti di cotone e rayon mentre per gli assorbenti esterni c’è un filtrante (quello che impedisce al liquidino blu delle pubblicità di risalire, per intenderci) di “tessuto-non-tessuto” che protegge una polpa assorbente di cellulosa defibrata, la stessa usata nei pannolini dei bambini.

La mancanza di informazioni è comunque reale. E a volte si è tradotta in leggende metropolitane o via internet, come quella della presenza di amianto nei tamponi, allarme lanciato di recente in Italia da una e-mail che gira in realtà dal lontano 1998 e smentito più volte e categoricamente anche dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense, ente pubblico che si occupa fra le altre cose di certificare la sicurezza di assorbenti e tamponi.

L’altro allarme che riemerge periodicamente riguarda il rayon, accusato di aumentare il rischio di contrarre la sindrome da shock tossico, una rarissima ma potenzialmente fatale malattia che colpisce donne, uomini e bambini ma che attacca più facilmente durante le mestruazioni.

La sindrome è stata associata all’uso di tamponi (circa la metà dei casi secondo la FDA). Per questa ragione i produttori di tamponi sono obbligati da anni a stampare avvertenze e spiegazioni sulla sindrome su scatole e foglietti illustrativi.

Seconda la FDA, la sindrome da shock tossico è oggi molto più rara che in passato, attestandosi a sei soli casi confermati negli Stati Uniti nel 1997. L’allarme era scattato nel 1979-80 con un forte aumento dei casi che, si scoprì, era dovuto alla commercializzazione di nuovi tamponi ad alta assorbenza fatti con materiali sintetici oggi non più in uso. Oggi il livello di assorbenza dei tamponi in commercio è stato diminuito e le categorie di assorbenza sono state standardizzate.

In ogni caso, la FDA smentisce che il rayon possa amplificare la possibilità di essere colpiti dalla sindrome da shock tossico.

Anche la presunta presenza di diossina nei tamponi, pure questo un allarme lanciato periodicamente, è stata smentita da più parti. La FDA racconta sul suo sito che la diossina poteva venir prodotta da un metodo sbiancante al cloro gassoso usato una volta per produrre il rayon, fatto di fibre di cellulosa provenienti dalla polpa di legno.

“Una volta, il metodo sbiancante usato sulla polpa di legno era una potenziale fonte di lievi tracce di diossina nei tamponi, ma questo metodo non è oggi più in uso,” dice la FDA.

La Fater conferma: “Non c’è diossina perché usiamo l’ossigeno per purificare la polpa di cellulosa da più di dieci anni, un procedimento che non produce diossina e non ha fini estetici ma di miglioramento della performance”.

Sul sito della FDA si legge che non c’è “nessun rischio per la salute”. Test accuratissimi condotti periodicamente rivelano che nei tamponi il livello di diossina è “al livello o sotto il minimo rilevabile”, cioè 0.1 parti per trilione (un cucchiaino da the di un lago di 1.6 km quadrati e profondo 4,5 metri, per intenderci). Questa esposizione, spiega la FDA, è molto al di sotto di quella presente nel corpo proveniente da altre fonti ambientali a causa di decenni di inquinamento.

Nei paesi anglosassoni e del nord Europa, dove il movimento ambientalista è nato prima e ha maggior forza che da noi, esistono da anni assorbenti lavabili e riciclabili o altri metodi considerati a minor impatto per l’ambiente come la “tazza mestruale” (una specie di diaframma lavabile che raccoglie il sangue in vendita da anni negli Stati Uniti) o le spugne marine. Ma in Italia questi prodotti sono poco conosciuti e di difficile reperimento, nonostante anche nel nostro paese ci siano donne che soffrono di fastidiose allergie ad assorbenti e tamponi.

Il futuro è già cominciato.

Immaginate un futuro senza mestruazioni. Un mondo in cui le donne hanno eliminato il loro amato-odiato appuntamento mensile, diventando biologicamente quasi come gli uomini ma anche perdendo questo prezioso contatto con la natura e con il proprio corpo.

Nel 1993, questo futuro lo aveva immaginato la scrittrice di fantascienza statunitense Connie Willis nella novella “Even the Queen” (Anche la regina) con cui vinse il prestigioso Hugo Award. Nel futuro senza mestruazioni della Willis non mancano le oppositrici, le “Cyclists”, che credono il corpo debba rimanere libero da condizionamenti artificiali usati dal patriarcato.

La più piccola della famiglia di donne descritta dalla Willis vuole unirsi alle Cyclists ma poi rinuncia, proprio quando scopre che con le mestruazioni spesso si prova dolore.

Dieci anni dopo, sembra che la Willis avesse visto giusto e che l’eliminazione delle mestruazioni non sia poi così lontana e impossibile. Una pillola contraccettiva attualmente in attesa di approvazione negli Stati Uniti permetterebbe di avere il ciclo ogni due o tre mesi.

Per chi pensa sia il caso di discuterne, c’è un attivissimo forum sulla domanda “smetteresti di avere le mestruazioni se fosse possibile ?” sul sito del MUM.



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