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Il tema dell’ibrido, del surreale e dell’antropomorfo si riscontra in questa metamorfosi donna-uccello realizzata per Siracusa, città che nel mito affonda le proprie radici. Il linguaggio usato, la radiografia, percorre strade e trova soluzioni inaspettate dando una visione della persona come fosse un reperto archeologico sospeso tra la vita e la morte. E’ un registro simbolico quello sul quale si muove Benedetta Bonichi, basando la propria ricerca sul corpo inteso come contenitore del Tutto. La sua sperimentale ricerca, iniziata anni addietro, fa pensare ad un connubio tra arte e scienza dando però a questa un carattere ludico, mostrando su superfici di grandi dimensioni corpi umani ridotti “all’osso”. Un modo bizzarro di rappresentare la vanità femminile legata ad un concetto di vanitas, poiché crea un cortocircuito mettendo insieme la vita e la morte. Depista questo modo di descrivere l’invisibile, di ritrarre un corpo dall’interno sottraendolo alla luce per mostrarlo, operando capovolgimenti, abbattendo facili estetismi, sovvertendo l’ordine delle cose, indicando un altro modo di vedere e percepire il visibile.
Il negativo, quale obiettivo di una concezione che vuole nell’antiestetico la sua capacità di inventare nuovi approcci con l’arte, diventa linguaggio essenziale di una sintassi fatta di opposti che proprio nel non compiacimento estetico trova il suo punto di forza. Ribaltare il rapporto interno/esterno portando appunto fuori quel che la nostra cultura solitamente non vuole vedere, significa insistere su condizionamenti sociali e psicologici esercitati sul corpo femminile come ad esempio quello della dittatura dell’essere belli a tutti i costi. Distante nel tempo quest’opera può ricondurci a “Radiografia del cranio di M.O.” di Meret Oppenheim, affrancandosi però da un qualcosa che non è più e risvegliando invece, nonostante
tutto, il valore vitale.
di: OrnellaFazzina (qui)

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