Miles Cleveland Goodwin - Death and the Mules (2025)

venerdì 29 ottobre 2021

Patrizia Valduga / Max Slevogt

 


Max Slevogt - Rote Nelken (Garofani Rossi)(1904)
Olio su tela - 78,5 x 62,5 cm


.


Patrizia Valduga 
: :  da: "Requiem"  : :


Anima, perduta anima, cara,
io non so come chiederti perdono,
perché la mente è muta e tanto chiara
e vede tanto chiaro cosa sono,
che non sa più parole, anima cara,
la mente che non merita perdono,
e sto muta sull’orlo della vita
per darla a te, per mantenerti in vita.

Oh padre padre, patria del mio cuore,
che per tanto tempo solo col tuo male,
per giorni e giorni e notti di terrore,
come in una sequenza cerebrale
ti vedo, solo, solo, e senza amore,
annegare tacendo nel tuo male
tra chi sa capire e non sa amare
e chi non sa capire, e non sa amare.

Che ore nere devi aver passato,
ore per dire anni, dire vita,
fino a questo novembre disperato
di vento freddo, di fronda ingiallita,
padre ingiallito come fronda al fiato
di tutto il vento freddo della vita,
dell’amore frainteso e dissipato,
dell’amore che non ti è stato dato.

La tortura tremenda del mangiare
giorno per giorno per due volte al giorno
col male che non si osa nominare,
e chiedere pietà giorno per giorno,
e sperare pietà fino a crollare,
crollare sotto pelle e ossa e un giorno
arrendersi e andare all’ospedale…
Sapevi, padre, qual era il tuo male?

Una lacrima sola e ti piegavi,
rugiada di sereno e di mestizia…
sapevi, forse, sapevi e speravi:
Non ne potevo proprio più, Patrizia,
e con che grande dignità portavi
quei piedi cosi gonfi e l’itterizia.
Per quella lacrima, padre, perdono,
per quell’unico istante di abbandono.

Sedevi e ragionavi al tuo dolore:
per non darci dolore custodivi
il tuo dolore tutto dentro al cuore
e quella poca vita benedivi
e la perdevi quasi con onore
giorno per giorno, per noi così vivi
nell’estate dei morti, al sole d’oro.
Forse dicevi il tuo dolore a loro.

Forse correvi ai cari anni lontani
con i tuoi morti, con un altro cuore;
e tacevi, guardavi le tue mani:
contavi i giorni, contavi le ore
con altre ore di giorni lontani,
forse contavi i battiti del cuore.
Poi parlavi per farmi compagnia
di Chopin, della nona sinfonia.

Oh padre padre che conosco ora,
soltanto ora dopo tanta vita,
ti prego parlami, parlami ancora:
io fallita come figlia, fuggita
lontano un giorno, e lontana da allora,
non so niente di te, della tua vita,
niente delle tue gioie e degli affanni,
e ho quarant’anni, padre, ho quarant’anni!

Anche senza mangiare ce la faccio,
ma ormai non camminavi quasi più
perché avevi bisogno del mio braccio,
da solo ormai non ti reggevi più.
Anche il cielo come un mare di ghiaccio
si stringeva in sé immobile lassù,
sempre più freddo, sempre più lontano,
e tu tossivi dentro te pian piano.

Per quella tosse quanto abbiamo pianto!
ci toglieva anche l’ultima speranza,
dava al pianto già pianto un nuovo pianto
senza rumore, accanto alla tua stanza.
Tossivi dentro te di tanto in tanto
e pensavi che fosse una mancanza:
Scusa Patrizia… Non va tanto male.
Chissà quando uscirò… forse a Natale…




Dal 1991, anno della morte del padre, Patrizia Valduga ha composto queste ottave per narrare il dolore indicibile di quella perdita, e il dolore precedente, quello della malattia, lo smarrimento, il senso di vuoto, e poi le invocazioni perché lo strazio avesse fine. Per ognuno dei dieci anniversari trascorsi l'autrice ha scritto altri versi, dieci ulteriori ottave che celebrano quel padre tormentato dal male eppure ancora capace di preoccuparsi del pranzo della figlia.

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