Francisco de Goya - El perro (1820-23)
Oil on canvas - 131 x 79 cm - Museo del Prado, Madrid
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Il quadro raffigura solo la testa del cane che emerge da una grande massa scura, creando un forte senso di isolamento e angoscia.
L'opera fa parte della serie delle "Pitture nere" che rappresentano uno dei momenti più oscuri e intensi della produzione artistica di Goya.
Le "Pitture nere" (1819-1823) è il nome dato a una serie di quattordici opere murali di Francisco Goya, dipinte con la tecnica dell'olio su muro su pareti ricoperte di gesso. Sono state create come decorazione delle pareti della Quinta del Sordo, una casa da lui acquistata a Madrid nel febbraio del 1819. Questi murali sono stati trasferiti su tela nel 1874, e attualmente sono conservati nel Museo del Prado di Madrid.
Il cane sembra stia in annegando tra i flutti di un qualcosa melmoso.
L'animale ha il naso umido e nerissimo, le orecchie pelose (rese con alcuni tocchi di biacca), le pupille terrorizzate e uno sguardo sgomento e dolcissimo. Egli, infatti, non vuole morire, e pertanto volge la testa verso l'alto, conducendo una lotta cieca ed affannosa per non rimanere intrappolato nella morsa dell'elemento fangoso. Egli, tuttavia, è terribilmente solo: nessuno verrà a prestargli soccorso.
In quest'opera la visione goyesca sulla perfidia della Natura raggiunge il massimo furore espressivo. È opinione di Goya, infatti, che la Natura è totalmente insensibile al destino delle creature da lei create; essa, inoltre, non è guidata da un disegno benevolo volto a rendere felici i singoli esseri viventi, bensì intende solo perpetuarne l'esistenza in un processo meccanicistico di creazione e distruzione. Le angosce del cane prossimo a morire, «sono solo un breve respiro nella morsa del meccanismo ineluttabile del Cosmo»(Silvia Borghesi): ciò fa una profonda impressione sull'osservatore del dipinto siccome, com'è noto, il cane è esente da colpe. È proprio questo il messaggio che Goya intende veicolare allo spettatore: la sofferenza è insita nell'uomo non per particolari colpe o eccezionalità, bensì perché semplicemente - così come il cane - soggiace a un'ineluttabile legge naturale, e a un «perpetuo circuito di produzione e distruzione.» (Giacomo Leopardi).


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