Miles Cleveland Goodwin - Death and the Mules (2025)

sabato 12 febbraio 2022

A ferro e fuoco: l'occupazione italiana della Jugoslavia, 1941-1943




Testa-di-partigiano-infissa-su-di-un-palo-da-un-milite-italiano



Gli ordini che guidano la repressione italiana sono draconiani e i comandi impongono di applicarli “senza falsa pietà”.

Del resto, lo stesso Mussolini nel luglio 1942 dichiara: “Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta” e nel 1943 così si rivolge ai soldati: “So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori.”

I soldati obbediscono e in qualche caso bruciano villaggi e sparano ai civili solo per ingannare il tempo. Atrocità vengono compiute da tutte le parti in lotta.



Partigiana-uccisa-a-malga-Golobar



«Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore […] Anche questa notte vi sono stati cinque morti, due donne, un bambino e due uomini.»

Dalla lettera di una camicia nera toscana del 1 luglio 1942




Impiccagione-di-un-comunista-a-Sarajevo



«Noi abbiamo l'ordine di uccidere tutti e di incendiare tutto quel che incontriamo sul nostro cammino, di modo che contiamo di finirla rapidamente.»

Dalla lettera di un soldato italiano dell’estate 1942


«Si procede ad arresti, ad incendi, [...] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere [...] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi».

Da una lettera del Commissario Civile del Distretto di Longatico dell’estate 1942



Corpi-dei-partigiani-uccisi-a-malga-Golobar-e-portati-a-Bovec-su-di-un-carro-per-venir-esposti



«Nel pomeriggio del 15 giugno il comandante convocò a rapporto tutti i comandanti di plotone e fece loro, all’incirca, il seguente discorso: "Oggi, festa del battaglione, ci troviamo impegnati in un ciclo operativo di grande respiro, ma purtroppo siamo lontani dalla base e quindi privi dei mezzi per celebrare degnamente la ricorrenza. Ho deciso pertanto che incendieremo questo villaggio a monito dei partigiani e perché si ricordino della nostra forza e della nostra combattività. Dividerete l’abitato in tante strisce di case quanti sono i plotoni, e non appena buio ogni reparto provvederà a bruciare la propria zona, dopo che sarà stato evacuato il bestiame dalle stalle, quale preda bellica; così i partigiani saranno privati di qualsiasi risorsa. Risparmierete in un primo momento le case abitate dai civili che domattina invieremo alla base quali prigionieri".Alle 9 di sera, puntualmente e contemporaneamente, divamparono gli incendi alimentati dalla brezza notturna. Gli alpini eccitati correvano da una casa all’altra con manciate di paglia accesa che collocavano sotto i tetti delle case di legno di montagna, là dove lo spiovente poggia sui tronchi delle parenti. Nella confusione non fu possibile evacuare il bestiame e le pecore morirono belando disperatamente nei chiusi, lasciando intorno un puzzo soffocante di carne e di lana bruciata. Ben presto le fiamme accerchiarono anche le case abitate e i civili, solo donne e bambini, presi dal terrore scapparono».

Dalla testimonianza di un alpino del battaglione Exilles di data 15 giugno 1943





da: Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia

1 commento:

Cesare ha detto...

Siamo tutti simili, come i gatti. Spesso ci piace far soffrire gli altri, pensando magari di fargliela pagare.