Russia, 1920. Ti sei arruolato volontario? (Manifesto di D. Moor)
Era il 23 febbraio 1917 del calendario dell'antica Russia (ossia l'8 marzo del calendario occidentale) in occasione della giornata internazionale della donna, le operaie tessili dei sobborghi di Pietrogrado, oggi San Pietroburgo, interrompevano il lavoro in più officine, coinvolgendo gli operai metallurgici.
Come disse Lev Trotskji: "Ancora alla vigilia, nessuno avrebbe pensato che questo giorno avrebbe inaugurato la rivoluzione."
Cinque giorni più tardi, lo zarismo, la dittatura più reazionaria d’Europa, cadde.
Otto mesi più tardi, il 25 ottobre 1917, gli operai e i contadini presero il potere.
Il movimento di rivolta non fu deciso da alcun partito. L'iniziativa, proveniente dalla frazione più sfruttata della classe operaia costituita dagli operai tessili, proseguì e si amplificò. Il 24 febbraio, gli tranvieri si misero in sciopero. Nessuno seppe chi aveva lanciato la parola d'ordine di fermare il lavoro. Gli operai, dal canto loro, organizzarono delle riunioni prima di dispiegarsi in manifestazioni nel centro della città. Metà degli operai scesero in sciopero. Le parole d'ordine dei manifestanti si radicalizzarono. Essi non reclamavano più soltanto pane, come alla vigilia, ma gridavano: "Abbasso l'autocrazia!", "Abbasso la guerra!". E per una volta, i cosacchi, truppe d'elite inviate così spesso contro gli scioperanti, esitarono a caricare.
Trotskij riporta una testimonianza di un operaio bolscevico, Kaiurov, sulle reazioni dei cosacchi, quel giorno, di fronte a una manifestazione di operai dell'officina Erikson: "Alcuni di loro sorrisero e uno strizzò l'occhio verso di operai" E Trotskij aggiunse: "l'uomo che aveva strizzato l'occhio ebbe degli imitatori".
Gli avvenimenti di queste giornate erano rivelatori dello stato d'animo di larghi strati della popolazione. Gli operai, come i contadini, arruolati in larga misura nell'esercito, non ne potevano più della guerra e della miseria che essa generava. Il malcontento contro lo zar s'era già espresso con forza nella rivoluzione del 1905, poi di nuovo a partire dal 1912. La guerra aveva messo fine a questa nuova ondata di combattività operaia. Ma tre anni di guerra avevano rinvigorito l’aspirazione a liberarsi di questo regime. Infatti, come sottolinea Trotskij, "l'idea di una manifestazione maturava da tempo ma, fino a questo momento, nessuno s'era fatta un'idea di ciò che ne sarebbe sortito".
Il 25 febbraio, lo sciopero prese nuovo vigore; questa volta il 90% degli operai della città erano in sciopero. Si moltiplicarono gli scontri con la polizia, particolarmente detestata; dei commissariati furono saccheggiati. Il quartiere di Vyborg, il più operaio, finì quasi nelle mani degli insorti. La folla prendeva coraggio. Quanto al potere, dopo aver esitato sulla condotta da tenere, lo zar ordinò di "mettere fine l’indomani ai disordini della capitale". Ma per far questo bisognava poter contare su delle truppe. Invece, qui e là, i soldati cominciavano a essere "contaminati" dai manifestanti operai.
Il 26 febbraio, poco a poco, tutti gli operai dei sobborghi vennero a convergere di nuovo verso il centro di Pietrogrado. La polizia aveva sì, fatto sollevare i ponti nel tentativo di sbarrar loro la strada, ma i manifestanti si dispiegarono sulla Neva gelata per ammassarsi attorno alle caserme. Nella testa degli operai una cosa cominciava a divenire chiara: bisognava guadagnare le truppe alla rivoluzione. Il soldato, per quanto lo riguardava, non poteva più permettersi di adottare un atteggiamento di neutralità benevola nei riguardi dei manifestanti, perché il potere nel frattempo gli domandava di sparare.
Durante queste giornate si spararono dei colpi, ci furono morti e feriti. Solo il reggimento di élite Pavlovzkij si radunò. Questa insubordinazione venne presto soffocata, alcuni dei soldati ammutinati furono disarmati e consegnati nelle loro caserme. La situazione sembrava dunque ancora incerta.
Ma, il 27 febbraio, gli operai, ai quali si erano aggiunti gli ammutinati della vigilia, iniziarono sistematicamente a radunare i reggimenti della guarnigione di Pietrogrado. Il passaggio dell'esercito dalla parte degli insorti non avvenne per caso. Fu possibile perché i soldati della guarnigione della capitale, che formavano dei battaglioni di riserva di migliaia di uomini destinati a completare i reggimenti del fronte, non volevano più la guerra e volevano tornare a casa.
Ogni reggimento guadagnato si precipitò a convincere gli altri che la sola possibilità di salvezza per gli ammutinati era di allargare l'insurrezione. Quel giorno, uno ad uno, i reggimenti passarono all’ insurrezione, spostando ogni volta un po' di più il rapporto di forze in favore degli operai.
Avvenimenti simili si ripeterono in più città. Ma furono quelli di Pietrogrado che fecero scivolare la situazione in favore della rivoluzione.
Lo zar, dopo aver vanamente tentato di cedere il comando a un reggente della famiglia imperiale, finì per decidere di abdicare il 3 marzo. L'insurrezione aveva vinto.
da l'internazionale

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