Enrique Simonet - L'autopsia (1890)

venerdì 13 marzo 2026

Shōichi Yokoi





Il 24 gennaio 1972, nel cuore della giungla di Guam, due cacciatori che stavano controllando le loro trappole notarono un movimento tra le fronde. Pensarono fosse un cinghiale. Poi capirono che era un uomo.
Era magrissimo, vestito con abiti cuciti a mano, gli occhi spalancati dalla paura. Stringeva una lancia rudimentale. Cercò di fuggire, ma era troppo debole. Quando lo fermarono e gli parlarono, ris pose in un giapponese quasi sussurrato:
«Mi chiamo Shōichi Yokoi.»
Era sergente dell’Esercito Imperiale Giapponese.
Si nascondeva lì dal 1944.
Ventotto anni. Da solo.
Yokoi era nato nel 1915 nella prefettura di Aichi. Prima della guerra era un giovane sarto, silenzioso e preciso, abile con ago e filo. Nel 1941 fu arruolato e inviato prima in Manciuria, poi sull’isola di Guam.
Nell’estate del 1944 gli americani attaccarono l’isola. La battaglia fu devastante. Ai soldati giapponesi sopravvissuti fu dato un ordine chiaro: ritirarsi nella giungla e resistere.
Sempre.
Per loro, arrendersi non era un’opzione. Era disonore. Vergogna per la famiglia. Tradimento della patria.
Così scomparvero tra gli alberi.
All’inizio erano in dieci. Vivevano nascosti, cacciavano, si proteggevano e cercavano di evitare le pattuglie americane. Ma la giungla era spietata: fame, malattie, incidenti.
Uno dopo l’altro morirono.
Nel 1964 Yokoi rimase completamente solo.
Eppure sopravvisse.
Usando solo le mani e l’ingegno.
Ricavava fibre dalla corteccia degli alberi per cucirsi i vestiti. Costruiva trappole, affilava bastoni di bambù e trasformava pezzi di metallo trovati nella giungla in lame.
Scavò anche un rifugio sotterraneo, nascosto tra le radici e coperto di rami. Era alto poco più di un metro. Lì visse per quasi trent’anni.
Nel buio.
Nel silenzio.
Si nutriva di frutta, radici, rane, topi e gamberi dei torrenti. Non accendeva fuochi. Non lasciava tracce.
Nel 1952 trovò alcuni volantini lanciati dagli aerei americani: annunciavano che la guerra era finita.
Non ci credette.
O forse non poteva permettersi di crederci.
Continuò a vivere nascosto.
Gli anni passarono. Le stagioni si confondevano una nell’altra. Yokoi evitava qualsiasi contatto umano. Gli ultimi otto anni prima di essere scoperto li trascorse senza parlare con nessuno.
Quando fu riportato alla civiltà pesava appena 36 chili.
Era spaventato, disorientato… ma vivo.
In Giappone il suo ritorno fece scalpore. Migliaia di persone lo accolsero come se fosse un uomo tornato da un altro tempo. I giornali lo chiamarono “l’ultimo soldato dell’Impero”.
Davanti alle telecamere fece un profondo inchino e disse una frase rimasta famosa:
«Torno con molta vergogna.»
Non si vergognava per essersi nascosto.
Ma per essere sopravvissuto senza combattere fino alla morte, come l’ideologia militare dell’epoca pretendeva.
Il Giappone che ritrovò era completamente diverso. L’impero non esisteva più. Il paese era diventato una democrazia moderna, piena di grattacieli, treni veloci e televisori.
Molti giovani non riuscivano nemmeno a immaginare il mondo che lo aveva tenuto prigioniero nella giungla per quasi trent’anni.
Ma tutti rispettavano la sua incredibile forza di volontà.
Yokoi si sposò, scrisse libri e tenne conferenze. Parlava spesso di semplicità, di disciplina e della capacità di vivere con poco.
Non divenne famoso per aver combattuto.
Ma per aver resistito.
Morì nel 1997, all’età di 82 anni.
A Guam oggi esiste una replica della sua caverna, accanto a un piccolo memoriale. Per ricordare una storia che sembra impossibile… ma che è accaduta davvero.
Shōichi Yokoi sopravvisse alla guerra.
Poi sopravvisse alla giungla.
E infine sopravvisse a se stesso.







da: Viaggi nella storia

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