Enrique Simonet - L'autopsia (1890)

martedì 10 marzo 2026

Il conflitto israelo-statunitense contro l'IRAN



SE NEI PROSSIMI GIORNI UN AEREO SI SCHIANTASSE SULL'EMPIRE STATE BUILDIG
LI CONTINUERESTE A CHIAMARE TERRORISTI OPPURE COMBATTENTI?




E' dagli anni '70 che che non vedo Sanremo e più o meno il TG di stato. Chi dirige questi enti sono politici messe lì da politici e pertanto le notizie sono manipolate secondo i loro interessi. Lo sanno tutti, ma sembra che a nessuno interessi e si bevono tutto. OK. Ora con il WEB si possono ascoltare le parole di tutti e soprattutto i pensieri di chi in TV non ci faranno mai andare (o non ci andrà di suo).

Leggevo questa intervista alla politologa Rosita Di Peri, docente di Scienze politiche e Relazioni internazionali all'Università di Torino ed esperta di Medio Oriente, che analizza, a mio giudizio in maniera molto equilibrata, fatti e contesto di una fase sempre più grave e complessa dell'offensiva israelo-statunitense contro Teheran.

L'intervista, portata avanti dalla redazione di OTTO, potete trovarla qui.

[Otto è un giornale, una lente per scoprire, conoscere e analizzare la realtà attraverso la convergenza dei saperi universitari. Otto è realizzato e curato dalla sezione Comunicazione digitale e Media Relations dell'Università di Torino. Vuole valorizzare il patrimonio di conoscenza, di ricerca e di innovazione di un grande Ateneo generalista come l'Università di Torino attraverso un approccio interdisciplinare. Costruendo, così, un racconto e uno sguardo plurale sulla contemporaneità, che - anche grazie a nuovi format - aiutino a decifrare il presente, scandagliare il passato e sperimentare il futuro.]


Iran, Israele, Stati Uniti. Una guerra che ridisegna la mappa del Medio Oriente


L'Iran è sotto le bombe. Khamenei è morto, il regime no. Quello che sta accadendo viola il diritto internazionale e apre scenari globali imprevedibili. Con Rosita Di Peri, docente di Scienze politiche e Relazioni internazionali all'Università di Torino ed esperta di Medio Oriente, analizziamo fatti e contesto di una fase sempre più grave e complessa.

Con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran si è aggravata ulteriormente la crisi in Medio Oriente. Quali sono gli obiettivi di questa operazione? E quanto è realistica la motivazione di fermare il programma nucleare iraniano?

L’attacco congiunto, definito “preventivo”, è illegittimo e viola il diritto internazionale. Tra l’altro avviene durante il mese del Ramadan [dottoressa... è stato fatto di proposito], sacro per i musulmani. Sebbene sia stato ripetutamente paventato nelle ultime settimane, l’attacco arriva in un momento in cui il negoziato tra Iran e Stati Uniti stava procedendo, anche se con risultati contraddittori. Quello che stupisce maggiormente è proprio questo doppio binario: si continua a perseguire la via diplomatica ma, allo stesso tempo, si prepara l’uso massiccio della forza. Non sono chiari gli obiettivi di Israele e Stati Uniti in questo momento. Una delle spiegazioni ufficiali è che l’attacco fosse necessario per impedire all’Iran un arricchimento dell’uranio che avrebbe potuto portare alla fabbricazione di un ordigno nucleare. Trump ha più volte retoricamente affermato in questi giorni che se gli Stati Uniti non fossero intervenuti l’Iran avrebbe avuto la sua bomba atomica nel giro di una settimana. Di fatto questa affermazione è stata smentita dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), sebbene l’Agenzia abbia confermato che l’Iran è in possesso di uranio per uso militare. Le motivazioni non ufficiali possono a mio avviso essere ricercate nella volontà di riconfigurare i rapporti di forza in Medio Oriente e si inseriscono in maniera più ampia nella strategia che Trump aveva già avviato durante il suo primo mandato promuovendo i tanto celebrati Accordi di Abramo del 2020, un tentativo di normalizzare le relazioni tra Israele e alcuni Paesi del Golfo (oltre che con il Marocco). Tali accordi possono essere visti come l’anticamera della strategia implementata con il Board of Peace e dell’idea del presidente americano di creare un ambiente regionale dove poter svolgere commerci e affari in sicurezza. In questo scenario, l’aggressione congiunta non ha avuto per il momento il risultato sperato della normalizzazione e securitizzazione: l’allargamento del conflitto e la risposta di Teheran lasciano presagire una guerra lunga dalle conseguenze imprevedibili, cosa che sicuramente non giova a Trump in termini di politica interna: le promesse elettorali di non coinvolgimento degli Stati Uniti in operazioni militari e del disimpegno dal Medio Oriente sono per il momento disattese [chi mi ricorda?]. Il prolungamento del conflitto gioverebbe, invece, a Netanyahu che punta alla sua rielezione e che potrebbe utilizzare questo nuovo conflitto per riaccreditarsi a livello nazionale ed eludere le maglie della giustizia. In questo quadro, infine, l’aggressione congiunta marginalizza e toglie dalla scena Gaza, la Cisgiordania e l’occupazione israeliana, con l’effetto di distrarre l’opinione pubblica internazionale dai continui crimini e violazioni commesse da Israele nei Territori Occupati con un genocidio ancora in corso.

L’uccisione della Guida suprema Khamenei ha rappresentato un colpo simbolico e politico enorme. Siamo all’inizio di un regime change o la struttura della Repubblica islamica è ancora solida?

L’Iran è un paese con un’architettura istituzionale complessa. L’assassinio extragiudiziale di Ali Khamenei, anche questo effettuato in violazione delle norme del diritto internazionale, colpisce certamente al cuore il regime, almeno simbolicamente. Tuttavia, il colpo inferto non ha, al momento, arrestato le procedure in atto per la scelta della nuova Guida suprema né bloccato la vita politica del paese. Certamente in condizioni difficili come quelle attuali, caratterizzate da bombardamenti massicci [la gente che vive a Teheran è come quella che vive a New York, anche questo tutti lo sanno ma sembra invece che ci siano umani di serie A e umani di serie B], è molto più difficile definire una chiara linea di successione ma le procedure sono in corso. Voci parlano dello stesso figlio di Khamenei, Mojtaba Hosseini [e quindi non cambierà nulla]. 

L’Iran ha una storia millenaria, istituzioni e procedure solide: non credo sia plausibile pensare a un cambiamento di regime attraverso l’uso della forza e i bombardamenti. A distanza di quasi trent’anni sembra ripetersi lo scenario che abbiamo visto all’inizio degli anni 2000 quando, sempre gli Stati Uniti, promossero e alimentarono la dottrina strategica dell’esportazione della democrazia anche attraverso l’uso della forza. E, se si pensa a quegli anni, non può non tornare in mente l’invasione Usa dell’Iraq del 2003 che ha provocato una frammentazione del paese lungo linee etnico-confessionali, distruggendo il tessuto sociale e politico del paese, contribuendo ad alimentare la nascita di formazioni come l’Isis [e non il contrario]. Anche allora, come oggi, il “pretesto” furono le presunte armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein (armi che poi si rivelarono essere inesistenti). 

Non abbiamo certezza di cosa significhi oggi regime change nel caso dell’Iran: certamente sono stati paventati scenari in cui l’intento è portare a una frammentazione del paese lungo linee identitarie facendo leva su quelle minoranze da sempre ostili al regime. Si è anche parlato di sostegno a una fantomatica élite iraniana pronta a collaborare con gli Stati Uniti. Al momento ci muoviamo nell’incertezza. Su due aspetti, invece, sento di potermi esprimere: il primo è che il regime sta giocando tutte le carte in suo possesso per sopravvivere. Il secondo è che appare evidente che un Iran debole e sottoposto ai voleri israelo-americani fa comodo a molti. Non dimentichiamo le ingenti riserve di petrolio presenti nel paese e il ruolo strategico che esso riveste, non solo nella regione.  

Che figura è stata Khamenei nella storia dell’Iran contemporaneo? E quali prospettive si aprono ora sul piano della successione?

Khamenei ha avuto un ruolo cruciale fin alla rivoluzione del 1979 che ha portato alla nascita della Repubblica islamica dell’Iran e alla fuga dello Shah. È stato consigliere dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, il padre della rivoluzione iraniana, e si è formato tra le città sante dello sciismo, Najaf e Qom. È stato presidente dell’Iran negli anni ’80, durante il complicato periodo della lunga guerra Iran-Iraq, ed è stato da sempre considerato un uomo con principi lontani dal laicismo. Il suo incarnare lo spirito della rivoluzione si è accompagnato alla sua figura ascetica e spirituale rafforzata dal fatto di essere un sayyid, ossia un discendente diretto del profeta Mohammed. La Guida suprema dovrebbe garantire lo sviluppo armonioso dello Stato in linea con i dettami rivoluzionari, ma questa linea è andata perdendosi negli anni creando un irrigidimento del sistema, una deriva autoritaria e una mancanza di tutela dei diritti umani che sono in netta contrapposizione con i valori rivoluzionari. Ciò è avvenuto in particolare proprio nei tre decenni che hanno visto Khamenei al vertice del sistema iraniano: la Guida suprema ha cambiato gli equilibri istituzionali centralizzando il potere che si è gradualmente spostato verso un gruppo ristretto non eletto diluendo, al contempo, il ruolo degli organi eletti come il governo e il Parlamento. A questo si è aggiunta una crescente influenza e peso delle forze di sicurezza e dei militari nella società, nella politica e nell’economia. Dopo un periodo “riformista” Khamenei ha bloccato le riforme politiche chiudendo il sistema e avviando pratiche di repressione così come accaduto con il Movimento verde del 2009 e, più recentemente, con le proteste sviluppatesi dopo l’uccisione di Mahsa Amini nel 2022 o in quelle di inizio gennaio. In questo clima di chiusura, l’imposizione di nuove sanzioni all’Iran da parte della comunità internazionale ha portato a un peggioramento complessivo della situazione economica che ha alimentato fortemente le disuguaglianze all’interno del paese. Infine, l’attacco del giugno 2024 all’Iran sempre da parte di Israele e Stati Uniti e l’uccisione nel mese di luglio da parte dello stato ebraico del leader di Hamas Ismail Haniyeh, che si trovava a Teheran, ha portato il regime a diventare ancora più paranoico con la conseguenza di un suo ulteriore irrigidimento.

Negli ultimi mesi abbiamo visto proteste diffuse contro il regime. Che cosa chiedono i giovani iraniani? E qual è oggi la percezione prevalente nella società iraniana: l’intervento viene visto come un atto di liberazione da un regime autoritario oppure come una nuova forma di aggressione esterna?

Le proteste in Iran non sono una novità dell’ultimo periodo: come abbiamo detto sono decenni che il deterioramento complessivo della situazione economica, il controllo dei settori produttivi da parte di cerchie ristrette vicine ai vertici del potere e le sanzioni imposte hanno provocato un peggioramento complessivo della vita degli iraniani. In questo quadro lo Stato ha cercato di porre rimedio alla crisi applicando ricette neoliberiste il cui effetto, tuttavia, è stato quello di acuirla anziché mitigarla. Certamente, dunque, una delle ragioni delle proteste è legata a tali aspetti, specialmente quelle del 2022 quando l’inflazione nel paese è salita alle stelle. C’è poi, invece, una dimensione legata al sistema di repressione e limitazione dei diritti fondamentali, anch’esso al centro delle proteste di questi anni. Si rileva uno scollamento tra la vecchia leadership e le nuove generazioni, una frattura che non si è mai sanata ma che è andata acuendosi e che si è spesso tradotta nella diminuzione della partecipazione politica e nell’accumulo di malcontento. L’intransigenza del regime è stata evidente nella repressione e nelle uccisioni durante i momenti di protesta, ma anche nella miopia mostrata nel non promuovere riforme, anche limitate, che avrebbero potuto prevenire una radicalizzazione dei movimenti di protesta.

Dall’Iran arrivano poche notizie anche considerando l’oscuramento dei media e di Internet. La liberazione di un popolo non può avvenire dall’esterno e con l’uso della forza. Abbiamo già visto gli esiti di queste politiche in Afghanistan, per esempio. Non credo che gli iraniani e le iraniane accolgano Usa e Israele come liberatori. La società iraniana ha gli strumenti e la forza per produrre il proprio movimento di liberazione senza l’aiuto di interventi esterni. Questo processo lo abbiamo già visto in atto nella regione e non solo con le rivolte della cosiddetta “primavera araba”. I popoli della regione non sono soggetti silenti e subalterni e lo hanno dimostrato a più riprese. Hanno il coraggio di continuare a protestare anche sotto regimi autoritari e in condizioni pericolose. Lo hanno fatto per decenni e continueranno a farlo. 

Questa escalation ridisegna l’influenza iraniana in Medio Oriente. Quali attori regionali sono entrati in gioco? E, visto anche l’attacco israeliano al Libano, quali scenari abbiamo di fronte?

L’aggressione israelo-statunitense tende a ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Uno degli elementi chiave in questa strategia è sicuramente l’eliminazione del cosiddetto “asse della resistenza” rinominato dagli Stati Uniti e da Israele “asse del male”, una coalizione composta da Iran, Siria, Hamas, Hezbollah e gli houthi dello Yemen. È chiaro che Israele e gli Stati Uniti puntano a neutralizzare e/o a fare piazza pulita di tale coalizione. In primis, naturalmente attraverso l’eliminazione di Hamas, che è stato oggetto a più riprese delle strategie dello Stato ebraico attraverso i numerosi bombardamenti della Striscia di Gaza negli ultimi dieci anni e, dal 7 ottobre 2023, attraverso azioni genocidarie che hanno colpito non solo i membri di Hamas ma l’intera popolazione della Striscia. Anche Hezbollah è sotto attacco diretto. Questo attacco si è in prima battuta concretizzato durante la cosiddetta guerra dei 33 giorni del 2006 che, tuttavia, non ha portato alla distruzione del movimento/partito e che ha visto Israele fallire nel suo intento di creare una fascia di sicurezza nel sud del Libano attraverso la sua occupazione. Dopo il 7 ottobre, a più riprese Israele ha condotto la sua guerra per l’eliminazione di Hezbollah, che è sceso a fianco dei palestinesi, sia attraverso omicidi mirati extragiudiziali, tra cui nel settembre del 2024 quello del segretario generale del partito Hassan Nasrallah, sia attraverso azioni mirate e bombardamenti. La Siria è, invece, un caso a parte perché il paese ha assunto una posizione marginale dopo la caduta del regime di Bachar al-Assad nel 2024 che ha portato il paese ad avere una strategia volta a non essere coinvolto nelle escalation regionali. Al-Jolani, infatti, mira a consolidare il proprio potere prima di compiere azioni di politica estera che potrebbero danneggiarlo. Gli houthi sono stati anch’essi oggetto di attacchi mirati e, infine, c’è l’Iran, considerato da Israele e Usa l’artefice e il leader della coalizione. Il disegno, dunque, è molto chiaro e si inserisce in una strategia più ampia che mira a eliminare una delle questioni che hanno caratterizzato l’evoluzione della politica medio orientale, ossia quella palestinese. Guardando all’asse della resistenza, che prende questo nome proprio perché si pone come una coalizione che vuole resistere all’influenza espansionista di Israele nella regione, gli attori statali e non statali che vi aderiscono sono tutti sostenitori dell’autodeterminazione del popolo palestinese. L’eliminazione diretta e/o indiretta di questi attori è utile anche per cancellare dai radar la questione palestinese, i danni provocati dall’occupazione, la violenza genocidaria. In questo senso io credo che nella nuova mappa del Medio Oriente non ci sarà posto per i palestinesi, non vedo un futuro per la loro causa

Sugli scenari, invece, non voglio esprimermi: guardando all’evoluzione delle ultime ore a me sembra che sia chiaro l’intento da parte di Israele di utilizzare l’aggressione all’Iran per portare avanti i propri piani a livello regionale. È attualmente in corso un’operazione di terra che mira a occupare il sud del Libano (la zona al di sotto della linea del fiume Litani) e che si sta concretizzando attraverso avvisi di evacuazione forzata dei libanesi nel sud e di interi quartieri della periferia meridionale della capitale Beirut; lo stiamo vedendo anche nell’occupazione di zone contese come le fattorie di Sheeba (territorio rivendicato anche da Siria e Libano) nonché attraverso la presa di alcuni territori siriani già avvenuta, di fatto, mesi fa. A me sembra che in un contesto di diritto queste operazioni non possano che essere considerate attacchi a Stati sovrani in un’ottica che ricorda l’espansione coloniale di fine ‘800. Vige la legge del più forte e nessuno si adopera per contrastare le flagranti violazioni del diritto internazionale. Questo è l’aspetto più problematico e pericoloso dei tempi che stiamo vivendo.

Perché l’Iran sta attaccando i Paesi del Golfo, che al momento non stanno contrattaccando? C’è il rischio che la situazione si trasformi ulteriormente in un conflitto regionale diffuso?

Al di là della doverosa condanna al regime iraniano, quello che qui vorrei sottolineare e che riportavo in apertura a questa intervista, è il fatto che l’attacco a questo Paese è illegittimo. L’articolo 2 comma 4 della Carta dell’Onu vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato eccezion fatta per i casi di legittima difesa nel caso di attacco armato (art. 51). Abbiamo visto da tempo come tali disposizioni siano divenute carta straccia, non solo se si guarda al Medio Oriente. Ormai stiamo andando verso una situazione di caos e assenza di limiti in cui azioni incontrollate e incontrollabili possono produrre effetti a catena totalmente imprevedibili. In questo senso mi pare che l’Iran stia facendo quello che qualunque altro Stato aggredito avrebbe fatto, ossia difendersi utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione. Come si diceva il regime sta lottando per la propria sopravvivenza, anche agli occhi degli iraniani (sia coloro che ancora sostengono il regime sia coloro che vi si oppongono). In questo contesto colpire i Paesi del Golfo, che sono da sempre stati ostili all’Iran non tanto per il suo regime repressivo ma perché l’Iran incarna la presenza sciita nella regione ed è stato per anni un polo di attrazione per gli sciiti nel mondo, è parte di una strategia che mira a fare indirettamente pressione su Israele e Stati Uniti affinché i bombardamenti cessino. Destabilizzare l’intera regione ha almeno due obiettivi: da un lato dimostrare come non sia possibile fare i conti senza l’oste. L’illusione di un Golfo moderno, turistico, meta dei multimiliardari può essere ribaltata in qualsiasi momento mostrando le fragilità di tale costruzione. Per esempio, bombardando l’aeroporto di Dubai, nodo strategico del traffico aereo internazionale. In secondo luogo, bombardare le basi americane nel Golfo o le strutture energetiche mostra chiaramente come la chimera di un Medio Oriente stabilizzato e pacifico possa svanire toccando direttamente gli interessi occidentali, soprattutto quelli legati alla produzione di petrolio e di altre fonti di energia

I Paesi del Golfo, in questo momento, temono che il loro “castello di carta” possa crollare e si pongono in una situazione di attesa. D’altra parte, sono ben schermati dall’alleato americano e anche da alcuni paesi europei. Tristemente, anche senza la loro reazione, il conflitto si è già allargato nella regione.






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