Il sultano Mohammed V aveva appena 31 anni quando i nazisti bussarono alla sua porta.
Per i generali francesi che governavano il Marocco nel 1940, non era altro che un giovane sovrano decorativo, facile da manovrare. Una corona vuota, priva di potere reale. Credevano che avrebbe obbedito senza esitazioni.
Si sbagliavano. E di grosso.
Il regime di Vichy, alleato della Germania nazista, arrivò nel Nord Africa portando con sé un veleno già diffuso in Europa: l’odio di Stato. Le leggi razziali, la confisca dei beni, la pubblica umiliazione. Volevano cancellare l’identità di 250.000 ebrei marocchini. Oggi le stelle gialle. Domani i treni della deportazione.
Imposero al sultano di collaborare, di discriminare, di separare.
Mohammed V disse no.
Musulmano devoto e “Comandante dei Fedeli”, non vedeva gli ebrei come un popolo straniero. Erano marocchini, sudditi sotto la sua protezione morale e spirituale. Per lui, governare non significava eseguire ordini ingiusti. Significava rispondere alla propria coscienza.
Ai rappresentanti di Vichy pronunciò parole che il tempo non ha cancellato:
«In Marocco non ci sono ebrei. Ci sono solo marocchini.»
E non furono solo parole.
Quando gli chiesero le liste per un censimento razziale, le bloccò.
Quando tentarono di confiscare beni e proprietà, ritardò ogni decreto.
Quando ordinarono che gli ebrei indossassero la Stella di Davide, lo proibì.Nel suo regno, il simbolo dell’umiliazione non avrebbe mai attecchito.
Nel 1941, durante la Festa del Trono, Mohammed V fece di più. Con ufficiali nazisti presenti, invitò i leader della comunità ebraica nel palazzo. Li fece sedere accanto ai generali francesi, alla stessa altezza del suo trono.
Il messaggio era limpido: toccare uno di loro significava sfidare la Corona.
Grazie a quella resistenza silenziosa, tenace, incrollabile, i treni non partirono mai.
Mentre in tutto il Mediterraneo le comunità ebraiche venivano annientate, in Marocco sopravvissero. Non è una nota a piè di pagina. È un atto di coraggio che ancora oggi risuona.
Quando nel 2020 Marocco e Israele hanno ristabilito le relazioni diplomatiche, non è stato solo un gesto politico. È stato un ritorno alla memoria, alla radice profonda di un legame nato nei giorni più bui del Novecento.
A firmare quell’accordo fu Mohammed VI, nipote del sultano che difese gli ebrei mentre il mondo voltava loro le spalle.
Gli Accordi di Abramo non hanno creato un’amicizia. L’hanno semplicemente riconosciuta.
Un’amicizia forgiata nel fuoco della storia, sotto la guida di un re musulmano che, con la sola forza della coscienza, seppe fermare l’orrore.
da: Viaggio nella Storia

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