Enrique Simonet - L'autopsia (1890)

venerdì 9 settembre 2011

Sokushinbutsu: l'ascesi estrema

Ci sono dei monaci, in Giappone, che riescono a spingere quasi oltre il limite umano la negazione della parte fisica del sé, arrivando ad auto-mummificarsi mentre sono ancora in vita. Sono monaci anziani, seguaci dello Shugendo, un’antica forma di buddismo.


Diventare Sokushinbutsu, cioè un asceta che raggiunge la morte in modo da conservare il suo corpo, richiede disciplina e sforzo fisico costante per tre mila giorni, quasi nove anni. Il monaco deve passare attraverso tre fasi di uguale durata, perseverare nella meditazione e, lentamente, abbandonare il suo corpo. Per circa mille giorni dal momento della decisione continua a condurre una vita normale, ma cambia la sua dieta: si nutre solo delle noci e delle bacche che riesce a trovare nelle foreste intorno al tempio. In questo modo riesce a eliminare la quasi totalità del suo grasso corporeo, la parte che dopo la morte va in decomposizione. Per i successivi mille giorni, già quasi scheletrico, segue una dieta ancora più restrittiva. Tutti i suoi pasti non sono altro che corteccia e radici di un albero chiamato mokujiki, che servono a disidratare il corpo dai fluidi. Verso la fine di questo periodo il monaco inizia a bere un té preparato con la linfa di urushi, in genere utilizzata come base per le lacche e le vernici. Questa bevanda induce il monaco a vomitare violentemente, urinare e sudare. Il suo corpo si asciuga completamente e, dopo la morte, sarà in grado di proteggersi dai vermi e dagli insetti. Grazie all’urushi, infatti, la sua pelle e quel che rimane della carne emanano sostanze velenose che uccideranno le creature responsabili della decomposizione. A questo punto il monaco entra nella terza fase, sempre di mille giorni. Lascia definitivamente il mondo terreno per chiudersi in una bara di pietra grande appena per contenere il suo corpo, seduto nella posizione del loto. Il suo unico contatto con l’esterno sono un tubo che gli permetta di respirare e una campana. Ogni mattina, infatti, il monaco deve suonare la campana per far sapere ai fratelli di essere ancora vivo, nonostante sia totalmente privo di acqua e di nutrimento. Il giorno che la comunità del tempio non sente più la campana toglie il tubo e chiude la bara, lasciando riposare il monaco stremato dalle rinunce.


 finisci di leggere l'articolo di Veronica Fernandes su peace reporter



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