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domenica 25 giugno 2017

Ted Hughes e la morte di Sylvia Plath




Al 50esimo anniversario dalla morte della scrittrice, documenti inediti portarono una nuova luce sulla morte di Sylvia Plath: le lettere inedite che la scrittrice aveva indirizzato alla sua psicanalista. Queste narrano di aggressioni, abusi e minacce di morte da parte del marito Ted Hughes, al quale era legata da un amore malato. 

Le lettere - scritte tra il 18 febbraio 1960 e il 4 febbraio 1963, una settimana prima del suo suicidio - saranno messe all’asta dall’antiquario americano Ken Lopez e valgono ora 875mila dollari.

Le lettere fanno parte di un archivio privato raccolto dalla studiosa americana Harriet Rosenstein e contengono anche una serie di documenti medici circa le sue sedute psicanalitiche. Si aprì così una nuova luce d’interpretazione sulla vita della poetessa.

Hughes si occupò dei beni letterari di Sylvia Plath. Distrusse l'ultimo volume del diario della donna, che descriveva il periodo trascorso insieme e nel 1982, Sylvia Plath divenne la prima poetessa a vincere il Premio Pulitzer per la poesia dopo la morte (per "The Collected Poems").

Molta critica femminista accusa Hughes di aver tentato di controllare le pubblicazioni postume per censura affettiva. Hughes negò ciò, anche se si accordò con la madre di Sylvia Plath, Aurelia, quando questa cercò di bloccare la pubblicazione delle opere più controverse di sua figlia negli Stati Uniti. 

Nella sua ultima raccolta, "Birthday Letters", pubblicata prima di morire, Hughes ha rotto il silenzio, confessando il suo irriducibile affetto per Plath. 
Il peso dell'influenza di Hughes sulla poetica di Plath è oggetto di un incessante dibattito.


Non era necessario scoprire che nelle ore in cui Sylvia sigillava la stanza dei bambini con lo scotch e sceglieva la sua morte in cucina, Ted Hughes era fra le braccia di un’amante poetessa, e aveva cambiato appartamento per quella notte proprio per stare tranquillo, per non ricevere le telefonate della ex moglie che un momento era serena, gli parlava del lavoro, del futuro, della prossima estate, e il momento dopo gli chiedeva di lasciare il paese e di sparire dalla faccia della terra.

Per tre anni dopo quella domenica Ted Hughes non aveva più scritto un verso, per il resto della sua vita non aveva parlato, ma aveva imparato a conoscere il dolore di Sylvia. Anche a farsene carico, a lasciare che il mondo gli desse la colpa di un suicidio. Moglie frustrata e ferita dai tradimenti e dall’abbandono si toglie la vita. 

Ma in una poesia, “The inscription” (in “Lettere di compleanno”), Ted Hughes aveva già rivelato molto, non era necessario entrare nella camera da letto: “Lei pianse, implorando conferma – che avesse fiducia in lei, e lui vacillò quando invece avrebbe dovuto afferrare”.

Con chi fosse Ted Hughes quella notte non cambia nulla, non aggiunge nulla, non serve a svelare il mistero di Sylvia, la sua impossibilità di vivere. Lui non c’era, se ci fosse stato l’avrebbe salvata. Almeno per quella notte. E’ tutto quello che c’è da sapere, e che Sylvia Plath e Ted Hughes hanno sempre saputo.



da: wikipedia e dagospia

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