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mercoledì 28 giugno 2017

Gatti medievali




I GATTI NEL MEDIOEVO: PERCHÉ ERANO TANTO ODIATI?

Altro che adorabili gattini. Nel medioevo i gatti erano tanto utili (per la caccia ai topi) quanto odiati: che fossero considerati manifestazioni del diavolo, streghe trasformate o animali “eretici”, per molti secoli i felini non hanno goduto di buona fama. Per quale ragione erano così disprezzati? E perché, al contrario, il mondo islamico li preferiva ai cani? La storica Irina Metzler ha approfondita questa visione (negativa) del mondo felino nel suo articolo “Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse”…

I gatti hanno sempre avuto un ruolo importante nel Medioevo, dato che eliminavano una della più diffuse minacce per la conservazione del cibo e per la salute: catturavano i  topi. La centralità di questa funzione è rispecchiata anche dal nome alternativo con cui veniva identificato l’animale, “musipula” (di cui abbiamo parlato qui). Eppure alcuni autori medievali davano all’attività felina per eccellenza anche una lettura negativa, equiparando il modo con cui i gatti catturano i topi a quello con cui il diavolo si impadronisce delle anime. Per esempio William Caxton, il primo tipografo inglese vissuto nel XV secolo, scrisse: “Il diavolo spesso gioca con il peccatore come il gatto fa con il topo”.

Nel XII secolo l’associazione gatto-diavolo era molto radicata. Intorno al 1180, Walter Map sosteneva che durante i riti satanici “il diavolo scende come un gatto nero davanti ai suoi devoti. Gli adoratori spengono la luce e si avvicinano al luogo dove hanno visto il loro maestro. Lo cercano nel buio e quando lo hanno trovato lo baciano sotto la coda”. Il riferimento all’empia venerazione dei felini si ritrova anche nelle carte processuali: tra le accuse mosse a gruppi religiosi eretici come i Catari e Valdesi vi era anche quella di adorare i gatti, mentre durante il processo ai Templari, all’inizio del XIV secolo, non mancava l’accusa di far partecipare i gatti alle cerimonie religiose e di pregare per essi. Quanto alle streghe, si credeva che tra i loro artifici vi fosse quello di assumere sembianze feline. Queste credenze erano così diffuse e radicate che papa Innocenzo VIII nel 1484 arrivò a dichiararlo solennemente: “il gatto è l’animale preferito del diavolo e idolo di tutte le streghe”.


Secondo Irina Metzler all’origine di questa secolare avversione per il gatto vi è la natura indipendente e libera dell’animale, soprattutto se paragonata all’indole fedele del cane. Per l’uomo medievale che credeva che gli animali fossero stati creati da Dio per servire ed essere governati dagli esseri umani, il gatto doveva costituire una fastidiosa anomalia: per quanto addomesticato, ogni gatto era comunque riluttante all’obbedienza e alla fedeltà. Nei primi anni del XV secolo Edward, duca di York, scrivendo nei primi anni del XV secolo ha riassunto ciò che molte persone della sua epoca devono aver pensato: “La falsità e la cattiveria [dei gatti] sono ben note. Ma una cosa oso pure dire, che se vi è un animale che ha in sé lo spirito del diavolo, senza dubbio questo è il gatto, sia esso selvatico o addomesticato“.

Per quanto accettati nella loro funzione di “trappole per topi animate”, i gatti erano considerati come intrusi nella società umana: non potevano avere padroni, entravano in casa di nascosto (come i topi) e si mostravano indifferenti agli esseri umani. Ecco dunque aprirsi una sorta di tensione concettuale. Quando il gatto svolge il compito del cacciatore è utile, ma mentre lo fa non è mai del tutto un “animale domestico”, famigliare e amico dell’uomo. La natura dei felini può insomma evocare la condizione degli eretici, che, in un senso traslato, sono insofferenti all’addomesticamento della religione: sfidano l’ortodossia della dottrina e, come gatti, saltano qua e là nella loro interpretazione delle credenze religiose. Per questo, da un punto di visto simbolico, i gatti possono essere considerati l’animale eretico per eccellenza.

Tuttavia non tutti nel medioevo odiavano i gatti: nel mondo islamico, ad esempio, i gatti erano molto apprezzati, basti pensare che nelle città del Medio Oriente esistevano addirittura associazioni di beneficenza per la cura dei gatti di strada. Una predilezione che affonda le sue radici nella tradizione (secondo alcuni antichi racconti Maometto amava i gatti e li trattava bene, e così anche altri profeti musulmani) ma che ha anche significati di carattere culturale e simbolico (un animale attento alla pulizia come il gatto non poteva che distinguersi positivamente rispetto alle altre creature). Un pellegrino europeo reduce da un viaggio nel Medio Oriente individuò nell’amore per i gatti una delle differenze più profonde tra musulmani e cristiani, affermando che “a loro piacciono i gatti, a noi piacciono i cani”.





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