M.C. Goodwin - Death Quit

domenica 7 gennaio 2018

Vladimir Abikh / Petr Pavlensky



Vladimir Abikh
Petr Pavlenski con in mano una tanica di benzina raffigurato sul muro di un edificio bruciato

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Quando a novembre [2015] l’artista russo Petr Pavlensky incendiò la porta di un edificio dei servizi segreti a Mosca, il suo gesto non fu molto capito, nemmeno dagli oppositori del regime del presidente Vladimir Putin. Secondo molti era stato un banale incendio doloso, niente di artistico. Quando però Pavlensky è stato condannato al pagamento di una multa e liberato, mercoledì 8 giugno, si è capito che aveva prodotto un’opera d’arte, indirizzando il processo da una cella in modo da costringere i suoi accusatori e il giudice a collaborare alla sua kafkiana esibizione.

Le performance passate di Pavlensky – che si era cucito la bocca in segno di vicinanza ai membri del gruppo punk femminile Pussy Riot, all’epoca in carcere, e si era inchiodato lo scroto sui ciottoli della Piazza Rossa di Mosca, per dimostrare come i russi fossero prigionieri del Cremlino – erano state sì scioccanti, ma erano brevi e venivano capite immediatamente. Si poteva sostenere al massimo che mandassero un messaggio troppo semplice. Anche attenendosi a quegli standard, Pavlensky sembrava essere peggiorato: bruciare una porta era un gesto stupido, un atto vandalico, al massimo una mossa disperata per farsi pubblicità. La spiegazione data dallo stesso Pavlensky per spiegare il suo gesto non aveva molto senso: «La paura trasforma le persone libere in una massa appiccicosa di corpi scoordinati», aveva detto. «La minaccia di inevitabili ritorsioni aleggia sopra chiunque sia nel raggio di azione delle telecamere di sorveglianza, delle intercettazioni e dei controlli sui passaporti».

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