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giovedì 22 settembre 2011

22 settembre il massacro di Betalha - La madonna di Algeri

La madonna di Algeri
 
E' la notte del 22 settembre nel villaggio di Bentalha alla periferia di Algeri. Sembra una notte come tante, non sarà così.
Tutto inizia con il verso degli sciacalli ripetuto da un aranceto ad un altro, seguito da una serie di esplosioni e dal lancio di proiettili traccianti dopodiche decine di membri dei Gruppi Armati Islamici (GIA) armati di fucili, bombe, asce e coltelli, arrivano nel villaggio e indisturbati iniziano a sgozzare, sventrare, bruciare e fare a pezzi gli abitanti della zona.
Per tutta la notte un elicottero militare sorvola il quartiere trasmettendo le immagini al comando delle forze speciali. Per tutta la notte una colonna di blindati resta ferma con i fari accesi a 150 metri dalle case che venivano assaltate, tre posti di blocco dei militari impediscono ai civili di andare in aiuto delle vittime, le guardie comunali che vogliono intervenire sono aggredite dai soldati, ed una decina di ambulanze radunate già prima che iniziasse il massacro restano immobili fino all'alba.
Bentalha, con i suoi 417 morti, rimane uno dei più cruenti e controversi massacri compiuti in Algeria negli anni’90, il simbolo di una violenza barbara e primitiva.
Con la Charta per la pace e la riconciliazione nazionale, messa in campo dal presidente Abdelaziz Bouteflika, si è imposto il silenzio sugli anni di piombo algerini. Dai cinque ai dieci anni di prigione per chiunque con parole, scritti o qualsiasi altro mezzo tenti di riaprire le ferite della ‘tragedia nazionale’.
 
La foto ritrae il dolore grandissimo di una donna di Bentalha che ha appena perso parte delle sua famiglia nella strage.
L'immagine foto fa il giro del mondo e diventa l'icona del dramma. Col tempo seguiranno anche alcune polemiche. Prima il quotidiano algerino filogovernativo Horizons critica la foto e la didascalia che erroneamente riporta che alla donna avessero massacrato gli 8 figli (in realtà erano morti il fratello e i nipoti). Poi la donna, che vive in una grotta con i famigliari rimasti, fa causa al fotografo e all'agenzia per indebito sfruttamento del suo dramma.
Foto: © Hocine, Agence France-Presse.
 
 
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