Jakub Schikaneder - Poslední cesta (L'ultimo Viaggio)(ca. 1890-95)

giovedì 4 novembre 2010

François Villon - La ballata delle cose da niente

François Villon
(Grand Testament de Maistre François Villon, 1489)

So vedere una mosca nel latte,
So riconoscere l'uomo dall'abito
So distinguere l'estate dall'inverno
So giudicare dal melo la mela
So conoscere dalla gomma l'albero,
So quando tutto è poi la stessa cosa,
So chi lavora e chi non fa un bel niente,
So tutto, ma non so chi sono io.

So valutare dal colletto la giubba
So riconoscere il monaco dall'abito,
So distinguere il servo dal padrone,
So giudicare dal velo la suora,
So quando chi parla sottintende,
So conoscere i folli ben pasciuti,
So riconoscere il vino dalla botte,
So tutto, ma non so chi sono io.

So distinguere un cavallo da un mulo,
So giudicare il carico e la soma,
So chi sono Beatrice e Belet,
So fare il tiro per vincere ai punti,
So separare il sonno dalla veglia,
So riconoscere l'errore dei Boemi,
So che cos'è il potere di Roma,
So tutto, ma non so chi sono io.

Principe, so tutto in fin dei conti,
So vedere chi sta bene e chi sta male,
So che la Morte porta tutto a compimento,
So tutto, ma non so chi sono io.

Ballade des menus propos - 1458

François Villon - vero nome François de Montcorbier (Parigi, 1431 o 1432 – dopo il 1463) è stato un poeta francese, ladro e vagabondo che visse per lungo tempo come un bandito, emarginato e ricercato.
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Villon ha rinnovato tanto la forma poetica del suo tempo quanto - e forse ancor maggiormente - i suoi temi.
Ha cantato le donne di Parigi e quelle del tempo che fu, inclusa la Grosse Margot, ha riconosciuto il valore dell'amicizia e pregato inginocchiato davanti a Notre-Dame: acuto osservatore e profondo conoscitore della cultura e dello spirito medievale, con una sorta di controtempo ritmico e sincopato ha stravolto i valori e le regole dell'ideal cortese fino ad allora in uso ponendoli in burla con audaci innovazioni del linguaggio.
Nonostante la parvenza baldanzosa e il suo fare scanzonato, i suoi versi sono spesso contrassegnati da tristezza e rimpianto: Il grande testamento, si è detto, è considerato il suo capolavoro e completa il Lascito (Lais, o Il piccolo testamento).
Ne Il grande testamento, lungo poema iniziato a scrivere nel 1462 in forma autobiografica in duemilaventitré versi suddivisi in centottantasei stanze alternate a tre rondeau e sedici ballate - traspare l'angoscia per la morte che Villon sente prossima dopo la condanna che gli è stata sentenziata contro; con singolare quanto suggestiva ambiguità, il poeta ricorre ad un misto di riflessioni esistenziali, invettive e fervori religiosi, usando accenti sinceramente patetici e assolutamente innovativi per l'epoca.
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